La FOMO, acronimo di Fear of Missing Out, è la paura di restare indietro, di perdersi qualcosa di importante, di non essere nel posto giusto al momento giusto. Non è solo un termine di moda legato ai social: è uno stato psicologico che può influenzare in modo profondo il benessere emotivo, le decisioni e la qualità della vita. Capirla è il primo passo per smettere di subirla.
La FOMO nasce dall’idea implicita che altrove stia accadendo qualcosa
di meglio. Qualcosa che ci renderà più felici, più realizzati, più
riconosciuti. I social media amplificano questo meccanismo mostrando versioni
selezionate e idealizzate delle vite altrui, creando un confronto costante e
spesso irrealistico. Ma la FOMO non riguarda solo eventi o opportunità: può
riguardare relazioni, carriere, scelte di vita. Il messaggio interno è sempre
lo stesso: “se non ci sei, stai sbagliando”.
Dal punto di vista psicologico, la FOMO è legata a bisogni profondi di
appartenenza, riconoscimento e sicurezza. Non è superficialità, è
vulnerabilità. Quando questi bisogni non sono sufficientemente radicati dentro
di noi, cerchiamo conferme all’esterno, temendo che ogni scelta escluda
possibilità fondamentali. Il risultato è una fatica decisionale costante e una
sensazione cronica di insoddisfazione.
Un segnale tipico della FOMO è la difficoltà a stare in ciò che si è
scelto. Anche quando facciamo qualcosa che desideravamo, una parte di noi resta
altrove: controlla, confronta, valuta cosa stanno facendo gli altri. Questo
impedisce la presenza e svuota l’esperienza. La FOMO non ci rende più ricchi di
esperienze, ci rende più frammentati.
Gestire la FOMO non significa eliminarla del tutto, ma ridurne il
potere. Il primo passo è riconoscerla senza giudizio. Dire a se stessi “questa
è FOMO” aiuta a separare l’emozione dalla realtà. Non tutto ciò che sentiamo è
un’indicazione affidabile su ciò che dobbiamo fare.
Un secondo passaggio fondamentale è chiarire i propri criteri interni.
La FOMO prospera quando non sappiamo cosa è davvero importante per noi. Più i
nostri valori sono vaghi, più saremo attratti da tutto. Chiedersi “questa
scelta è coerente con la vita che voglio costruire?” è molto più utile che
chiedersi “e se mi perdessi qualcosa?”. Ogni scelta implica una rinuncia: il
problema non è rinunciare, è farlo senza consapevolezza.
Un altro intervento chiave riguarda il rapporto con il tempo e con
l’attenzione. Esporsi continuamente a stimoli e confronti mantiene il sistema
nervoso in uno stato di allerta. Ridurre l’uso dei social, creare spazi senza
notifiche, scegliere momenti di disconnessione non è isolamento, ma igiene
mentale. Non si tratta di sparire, ma di tornare padroni del proprio focus.
È utile anche lavorare sulla tolleranza della perdita. Crescere
emotivamente significa accettare che non possiamo vivere tutte le vite
possibili. Ogni direzione scelta esclude le altre, e questo è fisiologico.
Quando impariamo a stare nel dispiacere di ciò che non vivremo, la FOMO perde
intensità e lascia spazio a una presenza più piena in ciò che c’è.
Infine, è importante distinguere tra desiderio autentico e desiderio
indotto. Non tutto ciò che vogliamo nasce da noi. Chiedersi “lo desidererei
anche se nessuno lo vedesse?” è una domanda potente. La FOMO si nutre dello
sguardo altrui; la soddisfazione profonda nasce dall’allineamento interno.
Gestire la FOMO non significa accontentarsi o rinunciare all’ambizione. Significa smettere di vivere in funzione di ciò che potrebbe esserci altrove e iniziare a costruire una vita che abbia senso qui.
Quando il centro torna
dentro, ciò che perdiamo fuori pesa molto meno.






