lunedì 26 gennaio 2026

Quando fidarsi del proprio istinto... e quando no.

L’istinto è una bussola preziosa: nasce dall’intreccio tra esperienza, memoria emotiva e capacità di cogliere segnali sottili che la mente razionale non ha ancora elaborato. Ma non sempre è affidabile. A volte l’istinto è una guida, altre volte è un riflesso condizionato da paure, traumi o convinzioni distorte. Capire quando ascoltarlo e quando metterlo in discussione è una competenza fondamentale per prendere decisioni sane.

Quando l’istinto è affidabile

L’istinto tende a essere più preciso quando:

  • Hai esperienza nel contesto: più hai vissuto una certa situazione, più il tuo cervello riconosce pattern senza che tu te ne accorga.
  • Non sei in uno stato emotivo alterato: se sei calmo, l’intuizione è più pulita e meno contaminata da ansia o rabbia.
  • La sensazione è chiara e stabile: un istinto affidabile non è frenetico, è una percezione tranquilla e coerente.
  • Il corpo manda segnali coerenti: una sensazione di “chiarezza” fisica (respiro regolare, mente lucida) spesso indica che l’intuizione è fondata.
  • Non c’è urgenza artificiale: quando non ti senti “spinto” a decidere subito, l’istinto è più autentico.

In questi casi, l’istinto è come un radar che intercetta informazioni sottili prima che la mente razionale le organizzi.

Quando l’istinto può ingannare

Ci sono momenti in cui l’istinto non è un alleato, ma un riflesso emotivo:

  • Quando sei sotto stress: l’ansia amplifica i pericoli e distorce la percezione.
  • Quando hai vissuto esperienze negative simili: il cervello può confondere il presente con il passato.
  • Quando la paura guida la scelta: se senti urgenza, panico o bisogno di evitare qualcosa a tutti i costi, è più probabile che sia un meccanismo di difesa.
  • Quando c’è un forte desiderio: anche l’euforia può falsare l’intuizione, facendoti vedere solo ciò che vuoi vedere.
  • Quando mancano informazioni reali: l’istinto non sostituisce la conoscenza, la integra.

In questi casi, l’istinto non è una bussola: è un allarme che suona troppo forte o nel momento sbagliato.

Come distinguere intuizione da paura

Un modo semplice per capirlo è osservare il tono della sensazione:

  • L’intuizione è silenziosa, chiara, stabile.
  • La paura è rumorosa, urgente, agitata.
  • L’intuizione dice “questo non va bene”.
  • La paura dice “se sbagli, succede qualcosa di terribile”.

Un altro criterio utile: L’intuizione ti protegge. La paura ti limita.

Come allenare un istinto più affidabile

  • Rallenta: le decisioni intuitive migliori arrivano quando non sei in modalità reattiva.
  • Ascolta il corpo: tensione, nodo allo stomaco, respiro corto spesso indicano paura, non intuizione.
  • Chiediti: “Questa sensazione da dove arriva?”: se deriva da un ricordo o da un timore, non è istinto.
  • Raccogli un minimo di dati: l’intuizione funziona meglio quando ha qualcosa su cui appoggiarsi.
  • Confrontati con qualcuno di fiducia: una prospettiva esterna può smascherare intuizioni “false”.
  • Osserva i risultati: quando segui l’istinto e va bene, annotalo; quando sbaglia, chiediti cosa lo ha influenzato.

Quando fidarsi dell’istinto è fondamentale

Ci sono situazioni in cui l’istinto è spesso più rapido e preciso della razionalità:

  • percezione di pericoli immediati
  • valutazione delle persone (microsegnali, incoerenze)
  • scelte creative o intuitive
  • decisioni in cui hai molta esperienza pregressa

In questi casi, l’istinto è un alleato prezioso.

Quando è meglio non fidarsi

  • quando sei emotivamente coinvolto
  • quando hai paura di sbagliare
  • quando la decisione ha conseguenze importanti e irreversibili
  • quando ti senti confuso o agitato
  • quando hai già sbagliato più volte in situazioni simili

In questi momenti, è meglio integrare l’istinto con ragionamento, dati e confronto.

L’istinto è una risorsa potente, ma non infallibile. È affidabile quando nasce dall’esperienza e da uno stato emotivo stabile; è ingannevole quando è guidato da paura, stress o desideri intensi. Imparare a distinguere i due è un atto di maturità emotiva e un modo per prendere decisioni più consapevoli.

 


venerdì 23 gennaio 2026

Le regole d'oro per gestire una relazione a distanza

Le relazioni a distanza richiedono equilibrio tra emozione e strategia; non sono impossibili ma funzionano meglio quando i partner adottano regole chiare, comunicazione intenzionale e cura costante.

Considerazioni chiave

Definite insieme se la distanza è temporanea o parte di un progetto più ampio. Valutate il livello di fiducia reciproca e la compatibilità nelle modalità di comunicazione. Considerate le risorse pratiche disponibili: tempo, soldi e flessibilità per viaggi e incontri.

Perché la distanza mette alla prova la coppia

La lontananza amplifica difficoltà come l’assenza della quotidianità condivisa e del contatto fisico, rendendo più fragili fiducia e vicinanza emotiva. La tecnologia riduce l’impatto della distanza ma non sostituisce la qualità della presenza reale; usarla strategicamente è fondamentale.

Regole d’oro

Stabilite accordi chiari su fedeltà, comunicazione e tempi degli incontri. Preferite comunicazioni autentiche e profonde a messaggi superficiali e continui. Pianificate incontri concreti per avere obiettivi temporali condivisi. Coltivate autonomia personale mantenendo interessi e amicizie locali. Siate coerenti e affidabili: mantenere promesse rafforza la fiducia.

Strategie pratiche

Concordate routine di contatto (videochiamata serale, messaggio del mattino) ma lasciate spazio alla spontaneità. Privilegiate la qualità delle conversazioni: condividete emozioni, progetti e piccoli dettagli quotidiani. Mantenete intimità con video, messaggi vocali, lettere o piccoli regali. Per i conflitti, evitate escalation via testo e scegliete videochiamate per le discussioni importanti; applicate tecniche di comunicazione non violenta. Create progetti comuni come viaggi o piani di trasferimento per mantenere un orizzonte condiviso.

Rischi e come affrontarli

La distanza può aumentare ansia e senso di isolamento; è utile avere reti di supporto locali e strategie di coping personali. La mancanza di segnali non verbali può generare fraintendimenti: privilegiate chiarezza e verifiche emotive. Rinegoziate periodicamente le aspettative per evitare risentimenti. Se emergono segnali di deterioramento (distanza emotiva crescente, perdita di fiducia, desiderio di chiudere la relazione), valutate insieme un cambiamento di strategia o il supporto di un professionista.


Le relazioni a distanza possono essere opportunità di crescita se gestite con regole chiare, comunicazione intenzionale e progetti condivisi.

Per iniziare oggi: concordate una routine di contatto che funzioni per entrambi; pianificate il prossimo incontro concreto; stabilite una regola per risolvere i conflitti (mai discutere via messaggio su temi importanti).

Se la distanza genera sofferenza persistente, considerate il supporto di un professionista per lavorare su fiducia, comunicazione e obiettivi di coppia.

mercoledì 21 gennaio 2026

7 abitudini che aumentano l’autostima

L’autostima non è qualcosa che “si ha o non si ha”: è un processo, un equilibrio che si costruisce nel tempo attraverso gesti quotidiani. Piccole abitudini, ripetute con costanza, possono trasformare il modo in cui ci percepiamo e rafforzare la fiducia nelle nostre capacità. Non servono rivoluzioni, ma attenzione, cura e un po’ di gentilezza verso se stessi.

1. Parlarsi con rispetto

Il dialogo interno è uno dei fattori più influenti sull’autostima. Molte persone si rivolgono a sé stesse con parole che non userebbero mai con qualcuno che amano. Sostituire l’autocritica dura con un linguaggio più equilibrato e realistico aiuta a costruire un senso di valore più stabile.

2. Riconoscere i propri progressi

Spesso vediamo solo ciò che manca, ignorando ciò che abbiamo già fatto. Fermarsi ogni tanto a notare i piccoli passi compiuti — anche quelli che sembrano insignificanti — rafforza la percezione di efficacia personale.

3. Stabilire confini chiari

Dire “no” quando serve, proteggere il proprio tempo e non accettare comportamenti che fanno stare male sono atti fondamentali per nutrire l’autostima. I confini non allontanano gli altri: proteggono noi stessi.

4. Coltivare abitudini che fanno bene

Prendersi cura del corpo e della mente attraverso il sonno, il movimento, l’alimentazione e momenti di pausa non è un lusso, ma una base. Quando ci trattiamo bene, il messaggio che inviamo a noi stessi è: “Merito attenzione”.

5. Fare cose che rispecchiano i propri valori

L’autostima cresce quando le nostre azioni sono allineate a ciò che consideriamo importante. Anche un piccolo gesto coerente con i propri valori ha un impatto enorme sulla percezione di sé.

6. Accettare gli errori come parte del percorso

Sbagliare non significa essere inadeguati. Significa essere umani. Imparare a vedere gli errori come informazioni, non come giudizi, permette di affrontare le sfide con più coraggio e meno paura del fallimento.

7. Circondarsi di relazioni che nutrono

Le persone con cui trascorriamo il tempo influenzano profondamente il modo in cui ci vediamo. Relazioni rispettose, autentiche e non giudicanti aiutano a sentirsi più sicuri e a riconoscere il proprio valore.

L’autostima cresce quando smettiamo di rincorrere un ideale irraggiungibile e iniziamo a costruire un rapporto più gentile e realistico con noi stessi. È un lavoro quotidiano, fatto di scelte piccole ma potenti, che nel tempo cambiano il modo in cui ci muoviamo nel mondo.


lunedì 19 gennaio 2026

Come capire se un ambiente di lavoro è tossico

Molte persone restano a lungo in contesti lavorativi nocivi senza riconoscerli come tali, normalizzando stress, malessere e svalutazione. Un ambiente tossico non è semplicemente un luogo “difficile” o impegnativo: è uno spazio in cui, nel tempo, il benessere emotivo, l’autostima e il senso di sicurezza vengono erosi.

Il primo segnale da osservare è il clima emotivo costante. Tutti i lavori hanno momenti di pressione, ma in un ambiente sano la tensione è temporanea e legata a obiettivi specifici. In un contesto tossico, invece, l’ansia è cronica. Si lavora in uno stato di allerta continua, con la sensazione di dover “stare attenti”, di poter sbagliare in ogni momento o di essere giudicati più che valutati. 

Se la domenica sera genera sistematicamente angoscia e il lunedì mattina è vissuto come una minaccia, è un segnale da non ignorare.

Un altro indicatore importante è lo stile comunicativo. Ambienti tossici sono spesso caratterizzati da comunicazioni passive-aggressive, sarcasmo, umiliazioni sottili, mancanza di chiarezza o cambi continui di regole. Le critiche sono frequenti, poco costruttive e raramente accompagnate da riconoscimenti. Il feedback, quando c’è, serve più a colpevolizzare che a far crescere. In questi contesti, chiedere chiarimenti o esprimere un dubbio viene vissuto come un rischio.

La gestione del potere è un altro nodo centrale. In un ambiente sano, ruoli e responsabilità sono chiari, e l’autorità è esercitata con coerenza. In un ambiente tossico, il potere è spesso imprevedibile: favoritismi, punizioni arbitrarie, confini poco definiti, richieste contraddittorie. Questo crea confusione e un senso di impotenza appresa, in cui qualunque sforzo sembra inutile perché le regole cambiano continuamente.

Un segnale spesso sottovalutato riguarda l’impatto sul sé. Se lavorando in un certo contesto inizi a dubitare costantemente delle tue competenze, a sentirti “sbagliato”, inadeguato o mai abbastanza, è importante chiedersi se il problema sia davvero individuale. Gli ambienti tossici minano l’autoefficacia: anche persone competenti e motivate possono arrivare a sentirsi incapaci, svuotate, senza valore.

Anche le relazioni tra colleghi offrono informazioni preziose. La competizione esasperata, il gossip sistematico, la mancanza di fiducia e collaborazione sono spesso segnali di una cultura organizzativa disfunzionale. Quando per sopravvivere bisogna schierarsi, proteggersi o isolarsi, il costo emotivo del lavoro aumenta in modo significativo.

Dal punto di vista psicofisiologico, un ambiente di lavoro tossico lascia tracce evidenti: stanchezza persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, somatizzazioni. Spesso questi segnali vengono attribuiti allo stress “normale”, ma quando migliorano nettamente durante ferie o periodi di assenza dal lavoro, il legame diventa più chiaro.

Infine, un criterio fondamentale è la possibilità di parola. In un ambiente sano si può esprimere un disagio, proporre un miglioramento, segnalare un problema senza temere ritorsioni. In un ambiente tossico, il silenzio diventa una strategia di sopravvivenza. Quando parlare costa troppo, il sistema è già compromesso.

Riconoscere un ambiente di lavoro tossico non significa demonizzare il lavoro o arrendersi alla lamentela, ma riappropriarsi di una lettura realistica della propria esperienza. Dare un nome a ciò che si vive è il primo passo per decidere come proteggersi, come chiedere supporto o, quando possibile, come cambiare.

La salute mentale non è un lusso: è una condizione necessaria per lavorare, crescere e vivere in modo sostenibile. 

venerdì 16 gennaio 2026

Rivalità tra fratelli: come fare

La rivalità tra fratelli è comune e, se gestita con attenzione, può diventare un’occasione di crescita emotiva e sociale per i bambini. I genitori hanno un ruolo centrale nel trasformare i conflitto in apprendimento, intervenendo con coerenza, empatia e strategie pratiche.

Perché nasce la rivalità

La competizione tra fratelli può derivare da bisogni di attenzione, differenze di temperamento, cambiamenti familiari (nascite, separazioni, trasferimenti) o percezioni di ingiustizia nelle attenzioni e nelle regole. Spesso i litigi nascondono bisogni non espressi come sicurezza, autonomia o riconoscimento del proprio ruolo nella famiglia.

Segnali da osservare

Osservate frequenza e intensità degli scontri: litigi occasionali sono normali, ma aggressività ripetuta, isolamento di uno dei figli, regressioni comportamentali o paure persistenti richiedono attenzione. Valutate anche come i bambini risolvono i conflitti: cercano negoziazione o ricorrono subito alla violenza o alla fuga.

Strategie pratiche per i genitori

  1. Rimanere neutrali e calmare la situazione: intervenite per fermare la violenza, poi separate i bambini per far scendere la tensione prima di parlare del problema.

  2. Dare attenzione individuale: dedicate momenti esclusivi a ciascun figlio per ridurre la competizione per l’attenzione parentale.

  3. Insegnare abilità di risoluzione dei conflitti: modellate e praticate con loro l’ascolto attivo, l’espressione dei sentimenti e la ricerca di soluzioni condivise come turni o scambi.

  4. Stabilire regole chiare e coerenti: regole familiari comprensibili e applicate in modo equo riducono il senso di ingiustizia che alimenta la rivalità.

  5. Favorire momenti di cooperazione: attività condivise con obiettivi comuni (giochi di squadra, piccoli progetti domestici) rinforzano la collaborazione e il legame fraterno.

  6. Evitare paragoni e “classifiche”: confronti espliciti tra figli aumentano gelosia e competizione; valorizzate i punti di forza individuali.

Errori comuni da evitare

Prendere sempre le parti di uno dei figli alimenta risentimento e alleanze. Minimizzare i sentimenti dicendo “non è niente” può far sentire il bambino non ascoltato. Punizioni sproporzionate non insegnano alternative comportamentali. Sovra-proteggere il più debole impedisce l’apprendimento di strategie autonome di gestione dei conflitti.

Quando cercare aiuto professionale

Se i conflitti sono molto frequenti, violenti, accompagnati da sintomi emotivi (ansia, regressione, isolamento) o se la dinamica familiare è complessa (separazioni, traumi, problemi di salute mentale), è opportuno rivolgersi a uno specialista (psicologo dell’età evolutiva o terapeuta familiare) per valutare interventi mirati e supportare i genitori nella ristrutturazione delle dinamiche familiari.

Tre passi concreti per i genitori

  1. Osserva senza giudicare: annota quando e perché avvengono i conflitti per individuare pattern.

  2. Intervieni per insegnare, non per punire: usa i litigi come occasioni didattiche per mostrare alternative.

  3. Riserva tempo esclusivo a ciascun figlio ogni settimana per ridurre la competizione per l’attenzione.

Con pazienza, coerenza e strategie mirate, la rivalità tra fratelli può trasformarsi in uno spazio di crescita relazionale e nello sviluppo di competenze sociali fondamentali per la vita.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione di The Power of Enough di Elizabeth Husserl

The Power of Enough: Finding Joy in Your Relationship with Money, pubblicato a gennaio 2025, affronta la crescita personale da un’angolazione controcorrente e necessaria. Non propone l’ennesima corsa verso il “di più” — più successo, più denaro, più risultati — ma invita a una riscoperta profonda del concetto di abbastanza: una sufficienza consapevole che nutre e sostiene una vita piena.

Il cuore del libro è una ridefinizione radicale della ricchezza. Elizabeth Husserl spinge il lettore a spostare lo sguardo da una mentalità di scarsità o accumulo a una di significato, integrazione e soddisfazione. La ricchezza, in questa prospettiva, non è una cifra sul conto corrente, ma il modo in cui viviamo, scegliamo e sentiamo il denaro nella nostra quotidianità.

Questa visione è particolarmente potente perché va oltre le tecniche di budgeting o le strategie di risparmio. Husserl esplora le radici emotive del nostro rapporto con il denaro: le credenze interiorizzate, le paure, i modelli familiari e culturali. Il denaro viene descritto come una vera e propria tecnologia sociale, uno specchio che riflette ciò che cerchiamo davvero — sicurezza, libertà, amore, riconoscimento.

Il libro è strutturato per accompagnare il lettore sia sul piano teorico sia su quello esperienziale. I capitoli iniziali sono più riflessivi e concettuali, con una critica lucida alla logica dell’“avere sempre di più” e alla cultura della performance economica. Le sezioni successive, invece, propongono esercizi pratici e concreti: dalla creazione di un mandala della propria ricchezza personale alla ricostruzione della propria “storia del denaro”, fino a pratiche di mindfulness e dialoghi immaginativi con il denaro stesso per esplorare desideri, paure e blocchi interiori.

Queste attività non sono semplici aggiunte, ma strumenti centrali del percorso. Servono a portare il concetto di “abbastanza” nella vita reale, aiutando a sviluppare una relazione più consapevole, meno reattiva e più adulta con il denaro. Molti lettori raccontano di aver sperimentato, grazie a questo lavoro, una riduzione dell’ansia, maggiore chiarezza e un senso di stabilità emotiva anche in presenza di limiti concreti.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è l’enfasi sul processo, non sulla prestazione. Non esiste uno standard universale di “abbastanza” da raggiungere: ciascuno è chiamato a definirlo per sé, in modo personale e autentico. Questo rende The Power of Enough adatto sia a chi parte da competenze finanziarie di base, sia a chi è già immerso in un percorso di crescita personale e desidera integrare una riflessione più profonda sull’economia emotiva e materiale.

Se cerchi un libro di crescita personale che non sia l’ennesimo manuale motivazionale, ma un vero lavoro di trasformazione interiore — soprattutto nella relazione con il denaro, l’abbondanza e i valori personali — The Power of Enough è una lettura che vale l’investimento. Non promette scorciatoie né risultati immediati, ma offre una strada solida verso maggiore pace, chiarezza e soddisfazione in un’area che incide profondamente sul benessere psicologico.

Questo libro non insegna come arricchirsi. Insegna qualcosa di molto più raro: come smettere di inseguire ciò che non rende felici e riconoscere che abbastanza può essere più potente di di più. È qui che risiede il vero significato dell’“enough”: uscire dal ciclo infinito della carenza e concedersi finalmente una vita piena e allineata.

Nota: al momento il libro è disponibile solo in lingua inglese e non esiste ancora una traduzione italiana ufficiale.

lunedì 12 gennaio 2026

Il ciclo di restrizione e abbuffata: come le diete innescano il disordine alimentare

Il desiderio di "controllare" il proprio corpo e la propria alimentazione spinge milioni di persone a intraprendere diete restrittive. Paradossalmente, questo tentativo estremo di controllo spesso porta al risultato opposto: la perdita di controllo sul cibo e lo sviluppo di comportamenti alimentari disordinati, come il ciclo di restrizione e abbuffata.

Comprendere la psicologia e i meccanismi biologici che alimentano questo ciclo è il primo passo per spezzarlo.

Le quattro fasi del circolo vizioso

Il ciclo è un meccanismo psicologico e fisiologico auto-alimentante, caratterizzato da quattro fasi principali che si susseguono in modo distruttivo.

Fase 1: La restrizione e l'eccesso di controllo

Tutto inizia con la dieta rigida. L'individuo stabilisce regole alimentari ferree (ad esempio, eliminare intere categorie di alimenti, contare ossessivamente le calorie o digiunare) con l'obiettivo di "purificarsi" o perdere peso rapidamente.

  • L'impatto psicologico: questa fase è alimentata dal perfezionismo e dalla sensazione temporanea di potere e virtù. L'individuo si sente in controllo e "bravo".

Fase 2: L'aumento del desiderio e la fame biologica

La restrizione prolungata non è sostenibile, né dal punto di vista mentale né biologico. Il corpo e la mente iniziano a ribellarsi:

  • Fame biologica: la carenza di calorie e nutrienti essenziali innesca potenti meccanismi di sopravvivenza. I livelli dell'ormone della fame (grelina) aumentano, mentre gli ormoni della sazietà diminuiscono, spingendo il corpo a cercare energia.
  • Fame psicologica (voglie): la mente si ossessiona con i cibi "proibiti". Più un cibo viene etichettato come vietato, più diventa desiderabile (l'effetto del "frutto proibito"). La forza di volontà è una risorsa limitata che inevitabilmente si esaurisce.

Fase 3: L'abbuffata (Binge Eating)

A causa della fame fisica e della pressione psicologica accumulata, la resistenza crolla. L'abbuffata è un episodio in cui si consuma una quantità di cibo significativamente grande in un breve periodo di tempo, accompagnata dalla sensazione di perdita di controlloL'abbuffata spesso serve come meccanismo di coping (gestione) per le emozioni negative (stress, ansia, tristezza) che la restrizione aveva mascherato. Il cibo fornisce un momentaneo sollievo o intorpidimento emotivo.

Fase 4: La colpa, la vergogna e il proposito di restrizione

Subito dopo l'abbuffata, subentra un’ondata di emozioni negative: senso di colpa paralizzante, vergogna intensa e autocritica. Questo disagio porta alla convinzione che l'unico modo per "rimediare" al fallimento sia tornare alla Fase 1 con una restrizione ancora più severa, chiudendo il ciclo.

Come spezzare il circolo vizioso

Spezzare questo ciclo richiede uno spostamento radicale dalla mentalità basata sulla dieta a un approccio di alimentazione intuitiva e consapevolezza emotiva. Non si tratta di controllo sul cibo, ma di fiducia nel corpo.

1. Abbandonare la restrizione fisica

La mossa più cruciale è rimuovere la causa scatenante: la restrizione.

  • Normalizzazione dei pasti: mangia pasti e spuntini regolari e nutrienti durante il giorno. L'obiettivo è mantenere i livelli di zucchero nel sangue stabili e prevenire la fame estrema che rende inevitabile l'abbuffata.
  • Includi i "cibi proibiti": introdurre gradualmente e con moderazione tutti i cibi che erano stati vietati. Quando un cibo non è più "speciale" o vietato, perde il suo potere ossessivo. Questo processo elimina la dicotomia "buono/cattivo" associata al cibo.

2. Sviluppare la consapevolezza emotiva

Imparare a distinguere la fame fisica da quella emotiva è fondamentale.

  • Identifica lo scatenante: prima di mangiare, fai una pausa di cinque minuti e chiediti: Sto mangiando perché ho lo stomaco vuoto, o sto mangiando per un'emozione (noia, rabbia, stress)?
  • Trova alternative emotive: se la fame è emotiva, sviluppa un "menu di coping" che non includa il cibo. Esempi: fare un respiro profondo, scrivere un diario, chiamare un amico, ascoltare musica o fare stretching.

3. Coltivare l'autocompassione

Il senso di colpa e la vergogna sono il carburante che mantiene il ciclo in funzione.

  • Tratta te stesso con gentilezza: se si verifica un'abbuffata, non farti prendere dal panico né punirti con la restrizione. Riconosci che è stata una reazione prevedibile alla restrizione e riparti normalmente dal pasto successivo.
  • Neutralizza il cibo: ricorda che il cibo non ha un valore morale. Un pasto non ti rende una persona di successo o un fallimento.

Spezzare il ciclo di restrizione e abbuffata è un processo che richiede tempo e pazienza. Non è un fallimento morale; è una risposta biologica e psicologica naturale a regole alimentari non naturali. Lavorando sulla fiducia, sulla regolarità e sull'ascolto del proprio corpo, si può raggiungere la pace e la libertà alimentare.

Quando fidarsi del proprio istinto... e quando no.

L’istinto è una bussola preziosa: nasce dall’intreccio tra esperienza, memoria emotiva e capacità di cogliere segnali sottili che la mente r...