venerdì 16 gennaio 2026

Rivalità tra fratelli: come fare

La rivalità tra fratelli è comune e, se gestita con attenzione, può diventare un’occasione di crescita emotiva e sociale per i bambini. I genitori hanno un ruolo centrale nel trasformare i conflitto in apprendimento, intervenendo con coerenza, empatia e strategie pratiche.

Perché nasce la rivalità

La competizione tra fratelli può derivare da bisogni di attenzione, differenze di temperamento, cambiamenti familiari (nascite, separazioni, trasferimenti) o percezioni di ingiustizia nelle attenzioni e nelle regole. Spesso i litigi nascondono bisogni non espressi come sicurezza, autonomia o riconoscimento del proprio ruolo nella famiglia.

Segnali da osservare

Osservate frequenza e intensità degli scontri: litigi occasionali sono normali, ma aggressività ripetuta, isolamento di uno dei figli, regressioni comportamentali o paure persistenti richiedono attenzione. Valutate anche come i bambini risolvono i conflitti: cercano negoziazione o ricorrono subito alla violenza o alla fuga.

Strategie pratiche per i genitori

  1. Rimanere neutrali e calmare la situazione: intervenite per fermare la violenza, poi separate i bambini per far scendere la tensione prima di parlare del problema.

  2. Dare attenzione individuale: dedicate momenti esclusivi a ciascun figlio per ridurre la competizione per l’attenzione parentale.

  3. Insegnare abilità di risoluzione dei conflitti: modellate e praticate con loro l’ascolto attivo, l’espressione dei sentimenti e la ricerca di soluzioni condivise come turni o scambi.

  4. Stabilire regole chiare e coerenti: regole familiari comprensibili e applicate in modo equo riducono il senso di ingiustizia che alimenta la rivalità.

  5. Favorire momenti di cooperazione: attività condivise con obiettivi comuni (giochi di squadra, piccoli progetti domestici) rinforzano la collaborazione e il legame fraterno.

  6. Evitare paragoni e “classifiche”: confronti espliciti tra figli aumentano gelosia e competizione; valorizzate i punti di forza individuali.

Errori comuni da evitare

Prendere sempre le parti di uno dei figli alimenta risentimento e alleanze. Minimizzare i sentimenti dicendo “non è niente” può far sentire il bambino non ascoltato. Punizioni sproporzionate non insegnano alternative comportamentali. Sovra-proteggere il più debole impedisce l’apprendimento di strategie autonome di gestione dei conflitti.

Quando cercare aiuto professionale

Se i conflitti sono molto frequenti, violenti, accompagnati da sintomi emotivi (ansia, regressione, isolamento) o se la dinamica familiare è complessa (separazioni, traumi, problemi di salute mentale), è opportuno rivolgersi a uno specialista (psicologo dell’età evolutiva o terapeuta familiare) per valutare interventi mirati e supportare i genitori nella ristrutturazione delle dinamiche familiari.

Tre passi concreti per i genitori

  1. Osserva senza giudicare: annota quando e perché avvengono i conflitti per individuare pattern.

  2. Intervieni per insegnare, non per punire: usa i litigi come occasioni didattiche per mostrare alternative.

  3. Riserva tempo esclusivo a ciascun figlio ogni settimana per ridurre la competizione per l’attenzione.

Con pazienza, coerenza e strategie mirate, la rivalità tra fratelli può trasformarsi in uno spazio di crescita relazionale e nello sviluppo di competenze sociali fondamentali per la vita.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione di The Power of Enough di Elizabeth Husserl

The Power of Enough: Finding Joy in Your Relationship with Money, pubblicato a gennaio 2025, affronta la crescita personale da un’angolazione controcorrente e necessaria. Non propone l’ennesima corsa verso il “di più” — più successo, più denaro, più risultati — ma invita a una riscoperta profonda del concetto di abbastanza: una sufficienza consapevole che nutre e sostiene una vita piena.

Il cuore del libro è una ridefinizione radicale della ricchezza. Elizabeth Husserl spinge il lettore a spostare lo sguardo da una mentalità di scarsità o accumulo a una di significato, integrazione e soddisfazione. La ricchezza, in questa prospettiva, non è una cifra sul conto corrente, ma il modo in cui viviamo, scegliamo e sentiamo il denaro nella nostra quotidianità.

Questa visione è particolarmente potente perché va oltre le tecniche di budgeting o le strategie di risparmio. Husserl esplora le radici emotive del nostro rapporto con il denaro: le credenze interiorizzate, le paure, i modelli familiari e culturali. Il denaro viene descritto come una vera e propria tecnologia sociale, uno specchio che riflette ciò che cerchiamo davvero — sicurezza, libertà, amore, riconoscimento.

Il libro è strutturato per accompagnare il lettore sia sul piano teorico sia su quello esperienziale. I capitoli iniziali sono più riflessivi e concettuali, con una critica lucida alla logica dell’“avere sempre di più” e alla cultura della performance economica. Le sezioni successive, invece, propongono esercizi pratici e concreti: dalla creazione di un mandala della propria ricchezza personale alla ricostruzione della propria “storia del denaro”, fino a pratiche di mindfulness e dialoghi immaginativi con il denaro stesso per esplorare desideri, paure e blocchi interiori.

Queste attività non sono semplici aggiunte, ma strumenti centrali del percorso. Servono a portare il concetto di “abbastanza” nella vita reale, aiutando a sviluppare una relazione più consapevole, meno reattiva e più adulta con il denaro. Molti lettori raccontano di aver sperimentato, grazie a questo lavoro, una riduzione dell’ansia, maggiore chiarezza e un senso di stabilità emotiva anche in presenza di limiti concreti.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è l’enfasi sul processo, non sulla prestazione. Non esiste uno standard universale di “abbastanza” da raggiungere: ciascuno è chiamato a definirlo per sé, in modo personale e autentico. Questo rende The Power of Enough adatto sia a chi parte da competenze finanziarie di base, sia a chi è già immerso in un percorso di crescita personale e desidera integrare una riflessione più profonda sull’economia emotiva e materiale.

Se cerchi un libro di crescita personale che non sia l’ennesimo manuale motivazionale, ma un vero lavoro di trasformazione interiore — soprattutto nella relazione con il denaro, l’abbondanza e i valori personali — The Power of Enough è una lettura che vale l’investimento. Non promette scorciatoie né risultati immediati, ma offre una strada solida verso maggiore pace, chiarezza e soddisfazione in un’area che incide profondamente sul benessere psicologico.

Questo libro non insegna come arricchirsi. Insegna qualcosa di molto più raro: come smettere di inseguire ciò che non rende felici e riconoscere che abbastanza può essere più potente di di più. È qui che risiede il vero significato dell’“enough”: uscire dal ciclo infinito della carenza e concedersi finalmente una vita piena e allineata.

Nota: al momento il libro è disponibile solo in lingua inglese e non esiste ancora una traduzione italiana ufficiale.

lunedì 12 gennaio 2026

Il ciclo di restrizione e abbuffata: come le diete innescano il disordine alimentare

Il desiderio di "controllare" il proprio corpo e la propria alimentazione spinge milioni di persone a intraprendere diete restrittive. Paradossalmente, questo tentativo estremo di controllo spesso porta al risultato opposto: la perdita di controllo sul cibo e lo sviluppo di comportamenti alimentari disordinati, come il ciclo di restrizione e abbuffata.

Comprendere la psicologia e i meccanismi biologici che alimentano questo ciclo è il primo passo per spezzarlo.

Le quattro fasi del circolo vizioso

Il ciclo è un meccanismo psicologico e fisiologico auto-alimentante, caratterizzato da quattro fasi principali che si susseguono in modo distruttivo.

Fase 1: La restrizione e l'eccesso di controllo

Tutto inizia con la dieta rigida. L'individuo stabilisce regole alimentari ferree (ad esempio, eliminare intere categorie di alimenti, contare ossessivamente le calorie o digiunare) con l'obiettivo di "purificarsi" o perdere peso rapidamente.

  • L'impatto psicologico: questa fase è alimentata dal perfezionismo e dalla sensazione temporanea di potere e virtù. L'individuo si sente in controllo e "bravo".

Fase 2: L'aumento del desiderio e la fame biologica

La restrizione prolungata non è sostenibile, né dal punto di vista mentale né biologico. Il corpo e la mente iniziano a ribellarsi:

  • Fame biologica: la carenza di calorie e nutrienti essenziali innesca potenti meccanismi di sopravvivenza. I livelli dell'ormone della fame (grelina) aumentano, mentre gli ormoni della sazietà diminuiscono, spingendo il corpo a cercare energia.
  • Fame psicologica (voglie): la mente si ossessiona con i cibi "proibiti". Più un cibo viene etichettato come vietato, più diventa desiderabile (l'effetto del "frutto proibito"). La forza di volontà è una risorsa limitata che inevitabilmente si esaurisce.

Fase 3: L'abbuffata (Binge Eating)

A causa della fame fisica e della pressione psicologica accumulata, la resistenza crolla. L'abbuffata è un episodio in cui si consuma una quantità di cibo significativamente grande in un breve periodo di tempo, accompagnata dalla sensazione di perdita di controlloL'abbuffata spesso serve come meccanismo di coping (gestione) per le emozioni negative (stress, ansia, tristezza) che la restrizione aveva mascherato. Il cibo fornisce un momentaneo sollievo o intorpidimento emotivo.

Fase 4: La colpa, la vergogna e il proposito di restrizione

Subito dopo l'abbuffata, subentra un’ondata di emozioni negative: senso di colpa paralizzante, vergogna intensa e autocritica. Questo disagio porta alla convinzione che l'unico modo per "rimediare" al fallimento sia tornare alla Fase 1 con una restrizione ancora più severa, chiudendo il ciclo.

Come spezzare il circolo vizioso

Spezzare questo ciclo richiede uno spostamento radicale dalla mentalità basata sulla dieta a un approccio di alimentazione intuitiva e consapevolezza emotiva. Non si tratta di controllo sul cibo, ma di fiducia nel corpo.

1. Abbandonare la restrizione fisica

La mossa più cruciale è rimuovere la causa scatenante: la restrizione.

  • Normalizzazione dei pasti: mangia pasti e spuntini regolari e nutrienti durante il giorno. L'obiettivo è mantenere i livelli di zucchero nel sangue stabili e prevenire la fame estrema che rende inevitabile l'abbuffata.
  • Includi i "cibi proibiti": introdurre gradualmente e con moderazione tutti i cibi che erano stati vietati. Quando un cibo non è più "speciale" o vietato, perde il suo potere ossessivo. Questo processo elimina la dicotomia "buono/cattivo" associata al cibo.

2. Sviluppare la consapevolezza emotiva

Imparare a distinguere la fame fisica da quella emotiva è fondamentale.

  • Identifica lo scatenante: prima di mangiare, fai una pausa di cinque minuti e chiediti: Sto mangiando perché ho lo stomaco vuoto, o sto mangiando per un'emozione (noia, rabbia, stress)?
  • Trova alternative emotive: se la fame è emotiva, sviluppa un "menu di coping" che non includa il cibo. Esempi: fare un respiro profondo, scrivere un diario, chiamare un amico, ascoltare musica o fare stretching.

3. Coltivare l'autocompassione

Il senso di colpa e la vergogna sono il carburante che mantiene il ciclo in funzione.

  • Tratta te stesso con gentilezza: se si verifica un'abbuffata, non farti prendere dal panico né punirti con la restrizione. Riconosci che è stata una reazione prevedibile alla restrizione e riparti normalmente dal pasto successivo.
  • Neutralizza il cibo: ricorda che il cibo non ha un valore morale. Un pasto non ti rende una persona di successo o un fallimento.

Spezzare il ciclo di restrizione e abbuffata è un processo che richiede tempo e pazienza. Non è un fallimento morale; è una risposta biologica e psicologica naturale a regole alimentari non naturali. Lavorando sulla fiducia, sulla regolarità e sull'ascolto del proprio corpo, si può raggiungere la pace e la libertà alimentare.

venerdì 9 gennaio 2026

FOMO: cos'è e come gestirla

La FOMO, acronimo di Fear of Missing Out, è la paura di restare indietro, di perdersi qualcosa di importante, di non essere nel posto giusto al momento giusto. Non è solo un termine di moda legato ai social: è uno stato psicologico che può influenzare in modo profondo il benessere emotivo, le decisioni e la qualità della vita. Capirla è il primo passo per smettere di subirla.

La FOMO nasce dall’idea implicita che altrove stia accadendo qualcosa di meglio. Qualcosa che ci renderà più felici, più realizzati, più riconosciuti. I social media amplificano questo meccanismo mostrando versioni selezionate e idealizzate delle vite altrui, creando un confronto costante e spesso irrealistico. Ma la FOMO non riguarda solo eventi o opportunità: può riguardare relazioni, carriere, scelte di vita. Il messaggio interno è sempre lo stesso: “se non ci sei, stai sbagliando”.

Dal punto di vista psicologico, la FOMO è legata a bisogni profondi di appartenenza, riconoscimento e sicurezza. Non è superficialità, è vulnerabilità. Quando questi bisogni non sono sufficientemente radicati dentro di noi, cerchiamo conferme all’esterno, temendo che ogni scelta escluda possibilità fondamentali. Il risultato è una fatica decisionale costante e una sensazione cronica di insoddisfazione.

Un segnale tipico della FOMO è la difficoltà a stare in ciò che si è scelto. Anche quando facciamo qualcosa che desideravamo, una parte di noi resta altrove: controlla, confronta, valuta cosa stanno facendo gli altri. Questo impedisce la presenza e svuota l’esperienza. La FOMO non ci rende più ricchi di esperienze, ci rende più frammentati.

Gestire la FOMO non significa eliminarla del tutto, ma ridurne il potere. Il primo passo è riconoscerla senza giudizio. Dire a se stessi “questa è FOMO” aiuta a separare l’emozione dalla realtà. Non tutto ciò che sentiamo è un’indicazione affidabile su ciò che dobbiamo fare.

Un secondo passaggio fondamentale è chiarire i propri criteri interni. La FOMO prospera quando non sappiamo cosa è davvero importante per noi. Più i nostri valori sono vaghi, più saremo attratti da tutto. Chiedersi “questa scelta è coerente con la vita che voglio costruire?” è molto più utile che chiedersi “e se mi perdessi qualcosa?”. Ogni scelta implica una rinuncia: il problema non è rinunciare, è farlo senza consapevolezza.

Un altro intervento chiave riguarda il rapporto con il tempo e con l’attenzione. Esporsi continuamente a stimoli e confronti mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta. Ridurre l’uso dei social, creare spazi senza notifiche, scegliere momenti di disconnessione non è isolamento, ma igiene mentale. Non si tratta di sparire, ma di tornare padroni del proprio focus.

È utile anche lavorare sulla tolleranza della perdita. Crescere emotivamente significa accettare che non possiamo vivere tutte le vite possibili. Ogni direzione scelta esclude le altre, e questo è fisiologico. Quando impariamo a stare nel dispiacere di ciò che non vivremo, la FOMO perde intensità e lascia spazio a una presenza più piena in ciò che c’è.

Infine, è importante distinguere tra desiderio autentico e desiderio indotto. Non tutto ciò che vogliamo nasce da noi. Chiedersi “lo desidererei anche se nessuno lo vedesse?” è una domanda potente. La FOMO si nutre dello sguardo altrui; la soddisfazione profonda nasce dall’allineamento interno.

Gestire la FOMO non significa accontentarsi o rinunciare all’ambizione. Significa smettere di vivere in funzione di ciò che potrebbe esserci altrove e iniziare a costruire una vita che abbia senso qui. 

Quando il centro torna dentro, ciò che perdiamo fuori pesa molto meno.

mercoledì 7 gennaio 2026

Come dividere equamente i compiti una coppia

Dividere equamente le responsabilità in una coppia non è una questione automatica, ci vogliono consapevolezza, comunicazione e accordi chiari. Molti conflitti di coppia non nascono da grandi tradimenti o incompatibilità profonde, ma da una gestione squilibrata del quotidiano: chi fa cosa, chi si ricorda cosa, chi si prende carico di cosa. E soprattutto, chi si sente solo a farlo.

Il primo nodo da sciogliere è l’illusione della “naturalezza”. Non esiste una divisione naturale dei compiti basata sul genere, sul carattere o su chi è “più portato”. Queste sono narrazioni culturali interiorizzate che spesso giustificano squilibri cronici. L’equità non significa fare le stesse cose, ma assumersi responsabilità comparabili in termini di tempo, energia mentale e carico emotivo.

Un errore frequente è concentrarsi solo sui compiti visibili: pulire, cucinare, portare i figli a scuola. Ma c’è un lavoro invisibile, spesso ignorato, che pesa quanto e più di quello pratico: il carico mentale. Ricordarsi le scadenze, organizzare, pianificare, anticipare bisogni, tenere insieme i pezzi. Se una persona “esegue” e l’altra “pensa a tutto”, la divisione non è equa, anche se i compiti sembrano distribuiti.

Il secondo passo fondamentale è rendere esplicito ciò che di solito resta implicito. Molte coppie non litigano perché uno fa poco, ma perché nessuno ha mai chiarito aspettative e confini. Dare per scontato che l’altro “dovrebbe capire” è una trappola. Parlare di responsabilità non è poco romantico: è un atto di cura della relazione. Serve sedersi, fare un elenco realistico di tutto ciò che va fatto e decidere insieme chi se ne occupa, tenendo conto delle fasi di vita, del lavoro, delle energie disponibili.

Un criterio utile è quello della responsabilità completa. Non “ti aiuto”, ma “me ne occupo”. Chi è responsabile di un ambito lo gestisce dall’inizio alla fine, senza supervisione, senza dover essere ricordato, senza delegare il pensiero all’altro. Questo riduce il risentimento e aumenta la sensazione di partnership reale.

È importante anche accettare che l’equilibrio non è statico. Ci sono periodi in cui uno dei due regge di più e altri in cui ha bisogno di appoggiarsi. L’equità si misura nel tempo, non nella singola settimana. Ma perché questo funzioni serve una comunicazione continua, onesta, non accusatoria. Dire “sono stanco” è più efficace di “non fai mai niente”.

Un altro punto chiave è il potere decisionale. Chi decide come si fanno le cose? Se una persona stabilisce standard, tempi e modalità, e l’altra può solo adeguarsi, non siamo di fronte a una divisione equa. Condividere le responsabilità significa anche accettare che l’altro possa fare le cose in modo diverso, non perfetto secondo i nostri criteri, ma sufficiente.

Infine, va riconosciuto che dividere equamente le responsabilità è un processo, non una conquista definitiva. Richiede aggiustamenti, confronto, a volte anche conflitto costruttivo. Ma è uno degli investimenti più solidi per la salute della coppia. Quando entrambi si sentono visti, sostenuti e responsabili, la relazione smette di essere un luogo di fatica silenziosa e diventa uno spazio di collaborazione adulta.

lunedì 5 gennaio 2026

Come pianificare l'anno nuovo in modo ottimale

La fine dell’anno porta con sé un naturale desiderio di riorganizzazione. È un momento in cui si tirano le somme, si osservano i passi fatti e si immagina ciò che vorremmo costruire nei mesi successivi. Pianificare non significa prevedere tutto, ma creare una direzione chiara che ci permetta di muoverci con maggiore consapevolezza.

Guardare indietro per capire dove andare

Prima di pensare ai nuovi obiettivi, è utile fermarsi un attimo e osservare l’anno appena trascorso. Non per giudicarsi, ma per comprendere cosa ha funzionato, cosa ha richiesto più energia del previsto e cosa, invece, ha portato valore. Questo passaggio aiuta a evitare di ripetere schemi che non ci appartengono più e a riconoscere i progressi, anche quelli piccoli.

Scegliere obiettivi realistici e significativi

Molte persone iniziano l’anno con liste infinite di buoni propositi che si esauriscono in poche settimane. Funziona molto meglio scegliere pochi obiettivi, ma ben radicati nei propri valori. Chiedersi “Perché è importante per me?” permette di distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che pensiamo di dover fare.

Gli obiettivi non devono essere perfetti, ma chiari. È utile che siano concreti, misurabili e soprattutto sostenibili nel tempo.

Creare una struttura che accompagni

Una buona pianificazione non si basa sulla forza di volontà, ma su abitudini e sistemi che rendono più semplice ciò che vogliamo realizzare. Questo può significare dedicare un momento fisso della settimana alla revisione dei progressi, organizzare l’agenda in modo più funzionale o imparare a proteggere il proprio tempo da impegni superflui.

La struttura non deve essere rigida: è un supporto, non una gabbia. L’obiettivo è creare un ritmo che ci aiuti a restare allineati con ciò che conta.

Accogliere l’imprevisto

Per quanto si possa pianificare, la vita resta imprevedibile. Una buona pianificazione include anche la flessibilità: la capacità di adattarsi, di ricalibrare, di non vivere ogni deviazione come un fallimento. A volte gli imprevisti aprono strade che non avremmo considerato.

Coltivare gentilezza verso se stessi

Pianificare l’anno nuovo non è una gara a chi fa di più, ma un atto di cura. Significa darsi una direzione, non imporsi un ritmo impossibile. La gentilezza verso se stessi è ciò che permette di mantenere costanza senza cadere nell’autocritica distruttiva.

L’anno nuovo non ha bisogno di essere perfetto per essere significativo. Ha bisogno di intenzione, di ascolto e di piccoli passi che, giorno dopo giorno, costruiscono la vita che desideriamo.

venerdì 2 gennaio 2026

Come ottenere un buon rapporto con il cibo

Per molti di noi, il cibo non è solo nutrimento; è una fonte di stress, un campo di battaglia o un modo per gestire le emozioni. Ma cosa succederebbe se potessimo trasformare la nostra relazione con il cibo in qualcosa di positivo, intuitivo e pacifico?

Ottenere un "buon rapporto" con il cibo significa spostare il focus dalle rigide regole e dalla colpa, verso l'ascolto del corpo, la consapevolezza emotiva e la gentilezza verso sé stessi. È un viaggio psicologico prima ancora che nutrizionale.

1. Dimentica la "dieting mentality" (la mentalità dietetica)

La prima cosa da fare per costruire una relazione sana con il cibo è abbandonare la mentalità dietetica. Questa mentalità è caratterizzata da:

  • Regole rigide: cibi "buoni" vs. cibi "cattivi".
  • Senso di colpa: punirsi dopo aver mangiato un alimento "vietato".
  • Restrizione: vivere in uno stato costante di privazione.

Questa mentalità innesca spesso un ciclo vizioso di restrizione, binge eating (abbuffata) e senso di colpa, che sabota non solo i tuoi obiettivi di benessere, ma anche la tua serenità psicologica.

Il cambiamento psicologico: Sostituisci la restrizione con l'inclusione. Invece di concentrarti su ciò che non puoi mangiare, concentrati sull'aggiungere alimenti nutrienti e sulla flessibilità.

2. Pratica l'alimentazione consapevole (mindful eating)

L'alimentazione consapevole è una delle pietre angolari di un rapporto sano con il cibo. Significa prestare piena attenzione all'esperienza del mangiare, senza giudizio.

  • Ascolta i segnali del corpo: chiediti: "Ho veramente fame?" Impara a riconoscere la fame fisica (un brontolio nello stomaco, mancanza di energia) dalla fame emotiva (una voglia improvvisa, noia, stress).
  • Coinvolgi i sensi: osserva il colore, senti il profumo, mastica lentamente per percepire la consistenza e il sapore. Questo non solo migliora la digestione, ma ti permette di sentirti più soddisfatto con meno quantità.
  • Rallenta: evita di mangiare davanti alla TV o al computer. Dedica quel tempo esclusivamente al pasto. Metti giù la forchetta tra un boccone e l'altro.

3. Separa il cibo dalle emozioni

Spesso, il cibo diventa un meccanismo di coping (adattamento) per gestire emozioni scomode come stress, noia, tristezza o ansia.

Strategie per l'alimentazione emotiva:

  1. Mappa le emozioni: prima di prendere da mangiare, fermati e fai un check-in emotivo. Chiediti: "Cosa sto veramente provando in questo momento?"
  2. Trova alternative non-alimentari: sviluppa un "kit di pronto soccorso" per le emozioni. Se sei stressato, fai una passeggiata. Se sei annoiato, chiama un amico o leggi. Allena il tuo cervello a non associare il cibo alla risoluzione di problemi emotivi.
  3. Accetta l'imperfezione: non c'è un'unica "ultima cena" per rovinare tutto. Se hai ceduto alla fame emotiva, non c'è bisogno di colpevolizzarti o di "mangiare tutto". Riconosci l'emozione, impara da essa e riparti dal pasto successivo con gentilezza.

4. Riscopri il piacere senza colpa

Un rapporto sano con il cibo include il piacere. Quando demonizziamo alcuni alimenti, ne aumentiamo il desiderio ossessivo (l'effetto del "frutto proibito").

  • Includi, non escludere: permettiti di godere occasionalmente e consapevolmente dei tuoi cibi preferiti. Se sai che puoi mangiare un pezzo di torta quando lo desideri veramente, quel pezzo perde il suo potere di controllo.
  • Soddisfazione e moderazione: mangiare in modo soddisfacente è la chiave della moderazione. Se mangi ciò che desideri, in un ambiente rilassato, è molto più facile fermarsi quando si è sazi.
  • Il concetto di neutro: smetti di etichettare il cibo come "buono" o "cattivo". Il cibo è neutro. Ha proprietà nutrizionali diverse, ma non ha un valore morale. Tu non sei "cattivo" per aver mangiato un biscotto.

La gentilezza è la migliore dieta

Costruire un buon rapporto con il cibo è un atto di autocompassione. Richiede tempo, pazienza e la volontà di ascoltare il tuo corpo al di sopra di qualsiasi regola esterna.

Ricorda:

  • Sei un essere umano, non una macchina per contare calorie.
  • Il tuo corpo è un tuo alleato, non il tuo nemico.
  • La pace con il cibo è un obiettivo molto più appagante della perfezione.

Inizia oggi a fare un passo verso l'alimentazione intuitiva, dove la tua bussola interna (fame, sazietà, desiderio) è la guida più affidabile.

 

Prova questo semplice esercizio: al tuo prossimo pasto, prenditi un minuto per chiudere gli occhi e chiederti: "Quanto sono sazio su una scala da 1 (fame estrema) a 10 (pienezza estrema)?". Inizia semplicemente a notare.

 

Rivalità tra fratelli: come fare

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