mercoledì 21 gennaio 2026

7 abitudini che aumentano l’autostima

L’autostima non è qualcosa che “si ha o non si ha”: è un processo, un equilibrio che si costruisce nel tempo attraverso gesti quotidiani. Piccole abitudini, ripetute con costanza, possono trasformare il modo in cui ci percepiamo e rafforzare la fiducia nelle nostre capacità. Non servono rivoluzioni, ma attenzione, cura e un po’ di gentilezza verso se stessi.

1. Parlarsi con rispetto

Il dialogo interno è uno dei fattori più influenti sull’autostima. Molte persone si rivolgono a sé stesse con parole che non userebbero mai con qualcuno che amano. Sostituire l’autocritica dura con un linguaggio più equilibrato e realistico aiuta a costruire un senso di valore più stabile.

2. Riconoscere i propri progressi

Spesso vediamo solo ciò che manca, ignorando ciò che abbiamo già fatto. Fermarsi ogni tanto a notare i piccoli passi compiuti — anche quelli che sembrano insignificanti — rafforza la percezione di efficacia personale.

3. Stabilire confini chiari

Dire “no” quando serve, proteggere il proprio tempo e non accettare comportamenti che fanno stare male sono atti fondamentali per nutrire l’autostima. I confini non allontanano gli altri: proteggono noi stessi.

4. Coltivare abitudini che fanno bene

Prendersi cura del corpo e della mente attraverso il sonno, il movimento, l’alimentazione e momenti di pausa non è un lusso, ma una base. Quando ci trattiamo bene, il messaggio che inviamo a noi stessi è: “Merito attenzione”.

5. Fare cose che rispecchiano i propri valori

L’autostima cresce quando le nostre azioni sono allineate a ciò che consideriamo importante. Anche un piccolo gesto coerente con i propri valori ha un impatto enorme sulla percezione di sé.

6. Accettare gli errori come parte del percorso

Sbagliare non significa essere inadeguati. Significa essere umani. Imparare a vedere gli errori come informazioni, non come giudizi, permette di affrontare le sfide con più coraggio e meno paura del fallimento.

7. Circondarsi di relazioni che nutrono

Le persone con cui trascorriamo il tempo influenzano profondamente il modo in cui ci vediamo. Relazioni rispettose, autentiche e non giudicanti aiutano a sentirsi più sicuri e a riconoscere il proprio valore.

L’autostima cresce quando smettiamo di rincorrere un ideale irraggiungibile e iniziamo a costruire un rapporto più gentile e realistico con noi stessi. È un lavoro quotidiano, fatto di scelte piccole ma potenti, che nel tempo cambiano il modo in cui ci muoviamo nel mondo.


lunedì 19 gennaio 2026

Come capire se un ambiente di lavoro è tossico

Molte persone restano a lungo in contesti lavorativi nocivi senza riconoscerli come tali, normalizzando stress, malessere e svalutazione. Un ambiente tossico non è semplicemente un luogo “difficile” o impegnativo: è uno spazio in cui, nel tempo, il benessere emotivo, l’autostima e il senso di sicurezza vengono erosi.

Il primo segnale da osservare è il clima emotivo costante. Tutti i lavori hanno momenti di pressione, ma in un ambiente sano la tensione è temporanea e legata a obiettivi specifici. In un contesto tossico, invece, l’ansia è cronica. Si lavora in uno stato di allerta continua, con la sensazione di dover “stare attenti”, di poter sbagliare in ogni momento o di essere giudicati più che valutati. 

Se la domenica sera genera sistematicamente angoscia e il lunedì mattina è vissuto come una minaccia, è un segnale da non ignorare.

Un altro indicatore importante è lo stile comunicativo. Ambienti tossici sono spesso caratterizzati da comunicazioni passive-aggressive, sarcasmo, umiliazioni sottili, mancanza di chiarezza o cambi continui di regole. Le critiche sono frequenti, poco costruttive e raramente accompagnate da riconoscimenti. Il feedback, quando c’è, serve più a colpevolizzare che a far crescere. In questi contesti, chiedere chiarimenti o esprimere un dubbio viene vissuto come un rischio.

La gestione del potere è un altro nodo centrale. In un ambiente sano, ruoli e responsabilità sono chiari, e l’autorità è esercitata con coerenza. In un ambiente tossico, il potere è spesso imprevedibile: favoritismi, punizioni arbitrarie, confini poco definiti, richieste contraddittorie. Questo crea confusione e un senso di impotenza appresa, in cui qualunque sforzo sembra inutile perché le regole cambiano continuamente.

Un segnale spesso sottovalutato riguarda l’impatto sul sé. Se lavorando in un certo contesto inizi a dubitare costantemente delle tue competenze, a sentirti “sbagliato”, inadeguato o mai abbastanza, è importante chiedersi se il problema sia davvero individuale. Gli ambienti tossici minano l’autoefficacia: anche persone competenti e motivate possono arrivare a sentirsi incapaci, svuotate, senza valore.

Anche le relazioni tra colleghi offrono informazioni preziose. La competizione esasperata, il gossip sistematico, la mancanza di fiducia e collaborazione sono spesso segnali di una cultura organizzativa disfunzionale. Quando per sopravvivere bisogna schierarsi, proteggersi o isolarsi, il costo emotivo del lavoro aumenta in modo significativo.

Dal punto di vista psicofisiologico, un ambiente di lavoro tossico lascia tracce evidenti: stanchezza persistente, irritabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi del sonno, somatizzazioni. Spesso questi segnali vengono attribuiti allo stress “normale”, ma quando migliorano nettamente durante ferie o periodi di assenza dal lavoro, il legame diventa più chiaro.

Infine, un criterio fondamentale è la possibilità di parola. In un ambiente sano si può esprimere un disagio, proporre un miglioramento, segnalare un problema senza temere ritorsioni. In un ambiente tossico, il silenzio diventa una strategia di sopravvivenza. Quando parlare costa troppo, il sistema è già compromesso.

Riconoscere un ambiente di lavoro tossico non significa demonizzare il lavoro o arrendersi alla lamentela, ma riappropriarsi di una lettura realistica della propria esperienza. Dare un nome a ciò che si vive è il primo passo per decidere come proteggersi, come chiedere supporto o, quando possibile, come cambiare.

La salute mentale non è un lusso: è una condizione necessaria per lavorare, crescere e vivere in modo sostenibile. 

venerdì 16 gennaio 2026

Rivalità tra fratelli: come fare

La rivalità tra fratelli è comune e, se gestita con attenzione, può diventare un’occasione di crescita emotiva e sociale per i bambini. I genitori hanno un ruolo centrale nel trasformare i conflitto in apprendimento, intervenendo con coerenza, empatia e strategie pratiche.

Perché nasce la rivalità

La competizione tra fratelli può derivare da bisogni di attenzione, differenze di temperamento, cambiamenti familiari (nascite, separazioni, trasferimenti) o percezioni di ingiustizia nelle attenzioni e nelle regole. Spesso i litigi nascondono bisogni non espressi come sicurezza, autonomia o riconoscimento del proprio ruolo nella famiglia.

Segnali da osservare

Osservate frequenza e intensità degli scontri: litigi occasionali sono normali, ma aggressività ripetuta, isolamento di uno dei figli, regressioni comportamentali o paure persistenti richiedono attenzione. Valutate anche come i bambini risolvono i conflitti: cercano negoziazione o ricorrono subito alla violenza o alla fuga.

Strategie pratiche per i genitori

  1. Rimanere neutrali e calmare la situazione: intervenite per fermare la violenza, poi separate i bambini per far scendere la tensione prima di parlare del problema.

  2. Dare attenzione individuale: dedicate momenti esclusivi a ciascun figlio per ridurre la competizione per l’attenzione parentale.

  3. Insegnare abilità di risoluzione dei conflitti: modellate e praticate con loro l’ascolto attivo, l’espressione dei sentimenti e la ricerca di soluzioni condivise come turni o scambi.

  4. Stabilire regole chiare e coerenti: regole familiari comprensibili e applicate in modo equo riducono il senso di ingiustizia che alimenta la rivalità.

  5. Favorire momenti di cooperazione: attività condivise con obiettivi comuni (giochi di squadra, piccoli progetti domestici) rinforzano la collaborazione e il legame fraterno.

  6. Evitare paragoni e “classifiche”: confronti espliciti tra figli aumentano gelosia e competizione; valorizzate i punti di forza individuali.

Errori comuni da evitare

Prendere sempre le parti di uno dei figli alimenta risentimento e alleanze. Minimizzare i sentimenti dicendo “non è niente” può far sentire il bambino non ascoltato. Punizioni sproporzionate non insegnano alternative comportamentali. Sovra-proteggere il più debole impedisce l’apprendimento di strategie autonome di gestione dei conflitti.

Quando cercare aiuto professionale

Se i conflitti sono molto frequenti, violenti, accompagnati da sintomi emotivi (ansia, regressione, isolamento) o se la dinamica familiare è complessa (separazioni, traumi, problemi di salute mentale), è opportuno rivolgersi a uno specialista (psicologo dell’età evolutiva o terapeuta familiare) per valutare interventi mirati e supportare i genitori nella ristrutturazione delle dinamiche familiari.

Tre passi concreti per i genitori

  1. Osserva senza giudicare: annota quando e perché avvengono i conflitti per individuare pattern.

  2. Intervieni per insegnare, non per punire: usa i litigi come occasioni didattiche per mostrare alternative.

  3. Riserva tempo esclusivo a ciascun figlio ogni settimana per ridurre la competizione per l’attenzione.

Con pazienza, coerenza e strategie mirate, la rivalità tra fratelli può trasformarsi in uno spazio di crescita relazionale e nello sviluppo di competenze sociali fondamentali per la vita.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione di The Power of Enough di Elizabeth Husserl

The Power of Enough: Finding Joy in Your Relationship with Money, pubblicato a gennaio 2025, affronta la crescita personale da un’angolazione controcorrente e necessaria. Non propone l’ennesima corsa verso il “di più” — più successo, più denaro, più risultati — ma invita a una riscoperta profonda del concetto di abbastanza: una sufficienza consapevole che nutre e sostiene una vita piena.

Il cuore del libro è una ridefinizione radicale della ricchezza. Elizabeth Husserl spinge il lettore a spostare lo sguardo da una mentalità di scarsità o accumulo a una di significato, integrazione e soddisfazione. La ricchezza, in questa prospettiva, non è una cifra sul conto corrente, ma il modo in cui viviamo, scegliamo e sentiamo il denaro nella nostra quotidianità.

Questa visione è particolarmente potente perché va oltre le tecniche di budgeting o le strategie di risparmio. Husserl esplora le radici emotive del nostro rapporto con il denaro: le credenze interiorizzate, le paure, i modelli familiari e culturali. Il denaro viene descritto come una vera e propria tecnologia sociale, uno specchio che riflette ciò che cerchiamo davvero — sicurezza, libertà, amore, riconoscimento.

Il libro è strutturato per accompagnare il lettore sia sul piano teorico sia su quello esperienziale. I capitoli iniziali sono più riflessivi e concettuali, con una critica lucida alla logica dell’“avere sempre di più” e alla cultura della performance economica. Le sezioni successive, invece, propongono esercizi pratici e concreti: dalla creazione di un mandala della propria ricchezza personale alla ricostruzione della propria “storia del denaro”, fino a pratiche di mindfulness e dialoghi immaginativi con il denaro stesso per esplorare desideri, paure e blocchi interiori.

Queste attività non sono semplici aggiunte, ma strumenti centrali del percorso. Servono a portare il concetto di “abbastanza” nella vita reale, aiutando a sviluppare una relazione più consapevole, meno reattiva e più adulta con il denaro. Molti lettori raccontano di aver sperimentato, grazie a questo lavoro, una riduzione dell’ansia, maggiore chiarezza e un senso di stabilità emotiva anche in presenza di limiti concreti.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è l’enfasi sul processo, non sulla prestazione. Non esiste uno standard universale di “abbastanza” da raggiungere: ciascuno è chiamato a definirlo per sé, in modo personale e autentico. Questo rende The Power of Enough adatto sia a chi parte da competenze finanziarie di base, sia a chi è già immerso in un percorso di crescita personale e desidera integrare una riflessione più profonda sull’economia emotiva e materiale.

Se cerchi un libro di crescita personale che non sia l’ennesimo manuale motivazionale, ma un vero lavoro di trasformazione interiore — soprattutto nella relazione con il denaro, l’abbondanza e i valori personali — The Power of Enough è una lettura che vale l’investimento. Non promette scorciatoie né risultati immediati, ma offre una strada solida verso maggiore pace, chiarezza e soddisfazione in un’area che incide profondamente sul benessere psicologico.

Questo libro non insegna come arricchirsi. Insegna qualcosa di molto più raro: come smettere di inseguire ciò che non rende felici e riconoscere che abbastanza può essere più potente di di più. È qui che risiede il vero significato dell’“enough”: uscire dal ciclo infinito della carenza e concedersi finalmente una vita piena e allineata.

Nota: al momento il libro è disponibile solo in lingua inglese e non esiste ancora una traduzione italiana ufficiale.

lunedì 12 gennaio 2026

Il ciclo di restrizione e abbuffata: come le diete innescano il disordine alimentare

Il desiderio di "controllare" il proprio corpo e la propria alimentazione spinge milioni di persone a intraprendere diete restrittive. Paradossalmente, questo tentativo estremo di controllo spesso porta al risultato opposto: la perdita di controllo sul cibo e lo sviluppo di comportamenti alimentari disordinati, come il ciclo di restrizione e abbuffata.

Comprendere la psicologia e i meccanismi biologici che alimentano questo ciclo è il primo passo per spezzarlo.

Le quattro fasi del circolo vizioso

Il ciclo è un meccanismo psicologico e fisiologico auto-alimentante, caratterizzato da quattro fasi principali che si susseguono in modo distruttivo.

Fase 1: La restrizione e l'eccesso di controllo

Tutto inizia con la dieta rigida. L'individuo stabilisce regole alimentari ferree (ad esempio, eliminare intere categorie di alimenti, contare ossessivamente le calorie o digiunare) con l'obiettivo di "purificarsi" o perdere peso rapidamente.

  • L'impatto psicologico: questa fase è alimentata dal perfezionismo e dalla sensazione temporanea di potere e virtù. L'individuo si sente in controllo e "bravo".

Fase 2: L'aumento del desiderio e la fame biologica

La restrizione prolungata non è sostenibile, né dal punto di vista mentale né biologico. Il corpo e la mente iniziano a ribellarsi:

  • Fame biologica: la carenza di calorie e nutrienti essenziali innesca potenti meccanismi di sopravvivenza. I livelli dell'ormone della fame (grelina) aumentano, mentre gli ormoni della sazietà diminuiscono, spingendo il corpo a cercare energia.
  • Fame psicologica (voglie): la mente si ossessiona con i cibi "proibiti". Più un cibo viene etichettato come vietato, più diventa desiderabile (l'effetto del "frutto proibito"). La forza di volontà è una risorsa limitata che inevitabilmente si esaurisce.

Fase 3: L'abbuffata (Binge Eating)

A causa della fame fisica e della pressione psicologica accumulata, la resistenza crolla. L'abbuffata è un episodio in cui si consuma una quantità di cibo significativamente grande in un breve periodo di tempo, accompagnata dalla sensazione di perdita di controlloL'abbuffata spesso serve come meccanismo di coping (gestione) per le emozioni negative (stress, ansia, tristezza) che la restrizione aveva mascherato. Il cibo fornisce un momentaneo sollievo o intorpidimento emotivo.

Fase 4: La colpa, la vergogna e il proposito di restrizione

Subito dopo l'abbuffata, subentra un’ondata di emozioni negative: senso di colpa paralizzante, vergogna intensa e autocritica. Questo disagio porta alla convinzione che l'unico modo per "rimediare" al fallimento sia tornare alla Fase 1 con una restrizione ancora più severa, chiudendo il ciclo.

Come spezzare il circolo vizioso

Spezzare questo ciclo richiede uno spostamento radicale dalla mentalità basata sulla dieta a un approccio di alimentazione intuitiva e consapevolezza emotiva. Non si tratta di controllo sul cibo, ma di fiducia nel corpo.

1. Abbandonare la restrizione fisica

La mossa più cruciale è rimuovere la causa scatenante: la restrizione.

  • Normalizzazione dei pasti: mangia pasti e spuntini regolari e nutrienti durante il giorno. L'obiettivo è mantenere i livelli di zucchero nel sangue stabili e prevenire la fame estrema che rende inevitabile l'abbuffata.
  • Includi i "cibi proibiti": introdurre gradualmente e con moderazione tutti i cibi che erano stati vietati. Quando un cibo non è più "speciale" o vietato, perde il suo potere ossessivo. Questo processo elimina la dicotomia "buono/cattivo" associata al cibo.

2. Sviluppare la consapevolezza emotiva

Imparare a distinguere la fame fisica da quella emotiva è fondamentale.

  • Identifica lo scatenante: prima di mangiare, fai una pausa di cinque minuti e chiediti: Sto mangiando perché ho lo stomaco vuoto, o sto mangiando per un'emozione (noia, rabbia, stress)?
  • Trova alternative emotive: se la fame è emotiva, sviluppa un "menu di coping" che non includa il cibo. Esempi: fare un respiro profondo, scrivere un diario, chiamare un amico, ascoltare musica o fare stretching.

3. Coltivare l'autocompassione

Il senso di colpa e la vergogna sono il carburante che mantiene il ciclo in funzione.

  • Tratta te stesso con gentilezza: se si verifica un'abbuffata, non farti prendere dal panico né punirti con la restrizione. Riconosci che è stata una reazione prevedibile alla restrizione e riparti normalmente dal pasto successivo.
  • Neutralizza il cibo: ricorda che il cibo non ha un valore morale. Un pasto non ti rende una persona di successo o un fallimento.

Spezzare il ciclo di restrizione e abbuffata è un processo che richiede tempo e pazienza. Non è un fallimento morale; è una risposta biologica e psicologica naturale a regole alimentari non naturali. Lavorando sulla fiducia, sulla regolarità e sull'ascolto del proprio corpo, si può raggiungere la pace e la libertà alimentare.

venerdì 9 gennaio 2026

FOMO: cos'è e come gestirla

La FOMO, acronimo di Fear of Missing Out, è la paura di restare indietro, di perdersi qualcosa di importante, di non essere nel posto giusto al momento giusto. Non è solo un termine di moda legato ai social: è uno stato psicologico che può influenzare in modo profondo il benessere emotivo, le decisioni e la qualità della vita. Capirla è il primo passo per smettere di subirla.

La FOMO nasce dall’idea implicita che altrove stia accadendo qualcosa di meglio. Qualcosa che ci renderà più felici, più realizzati, più riconosciuti. I social media amplificano questo meccanismo mostrando versioni selezionate e idealizzate delle vite altrui, creando un confronto costante e spesso irrealistico. Ma la FOMO non riguarda solo eventi o opportunità: può riguardare relazioni, carriere, scelte di vita. Il messaggio interno è sempre lo stesso: “se non ci sei, stai sbagliando”.

Dal punto di vista psicologico, la FOMO è legata a bisogni profondi di appartenenza, riconoscimento e sicurezza. Non è superficialità, è vulnerabilità. Quando questi bisogni non sono sufficientemente radicati dentro di noi, cerchiamo conferme all’esterno, temendo che ogni scelta escluda possibilità fondamentali. Il risultato è una fatica decisionale costante e una sensazione cronica di insoddisfazione.

Un segnale tipico della FOMO è la difficoltà a stare in ciò che si è scelto. Anche quando facciamo qualcosa che desideravamo, una parte di noi resta altrove: controlla, confronta, valuta cosa stanno facendo gli altri. Questo impedisce la presenza e svuota l’esperienza. La FOMO non ci rende più ricchi di esperienze, ci rende più frammentati.

Gestire la FOMO non significa eliminarla del tutto, ma ridurne il potere. Il primo passo è riconoscerla senza giudizio. Dire a se stessi “questa è FOMO” aiuta a separare l’emozione dalla realtà. Non tutto ciò che sentiamo è un’indicazione affidabile su ciò che dobbiamo fare.

Un secondo passaggio fondamentale è chiarire i propri criteri interni. La FOMO prospera quando non sappiamo cosa è davvero importante per noi. Più i nostri valori sono vaghi, più saremo attratti da tutto. Chiedersi “questa scelta è coerente con la vita che voglio costruire?” è molto più utile che chiedersi “e se mi perdessi qualcosa?”. Ogni scelta implica una rinuncia: il problema non è rinunciare, è farlo senza consapevolezza.

Un altro intervento chiave riguarda il rapporto con il tempo e con l’attenzione. Esporsi continuamente a stimoli e confronti mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta. Ridurre l’uso dei social, creare spazi senza notifiche, scegliere momenti di disconnessione non è isolamento, ma igiene mentale. Non si tratta di sparire, ma di tornare padroni del proprio focus.

È utile anche lavorare sulla tolleranza della perdita. Crescere emotivamente significa accettare che non possiamo vivere tutte le vite possibili. Ogni direzione scelta esclude le altre, e questo è fisiologico. Quando impariamo a stare nel dispiacere di ciò che non vivremo, la FOMO perde intensità e lascia spazio a una presenza più piena in ciò che c’è.

Infine, è importante distinguere tra desiderio autentico e desiderio indotto. Non tutto ciò che vogliamo nasce da noi. Chiedersi “lo desidererei anche se nessuno lo vedesse?” è una domanda potente. La FOMO si nutre dello sguardo altrui; la soddisfazione profonda nasce dall’allineamento interno.

Gestire la FOMO non significa accontentarsi o rinunciare all’ambizione. Significa smettere di vivere in funzione di ciò che potrebbe esserci altrove e iniziare a costruire una vita che abbia senso qui. 

Quando il centro torna dentro, ciò che perdiamo fuori pesa molto meno.

mercoledì 7 gennaio 2026

Come dividere equamente i compiti una coppia

Dividere equamente le responsabilità in una coppia non è una questione automatica, ci vogliono consapevolezza, comunicazione e accordi chiari. Molti conflitti di coppia non nascono da grandi tradimenti o incompatibilità profonde, ma da una gestione squilibrata del quotidiano: chi fa cosa, chi si ricorda cosa, chi si prende carico di cosa. E soprattutto, chi si sente solo a farlo.

Il primo nodo da sciogliere è l’illusione della “naturalezza”. Non esiste una divisione naturale dei compiti basata sul genere, sul carattere o su chi è “più portato”. Queste sono narrazioni culturali interiorizzate che spesso giustificano squilibri cronici. L’equità non significa fare le stesse cose, ma assumersi responsabilità comparabili in termini di tempo, energia mentale e carico emotivo.

Un errore frequente è concentrarsi solo sui compiti visibili: pulire, cucinare, portare i figli a scuola. Ma c’è un lavoro invisibile, spesso ignorato, che pesa quanto e più di quello pratico: il carico mentale. Ricordarsi le scadenze, organizzare, pianificare, anticipare bisogni, tenere insieme i pezzi. Se una persona “esegue” e l’altra “pensa a tutto”, la divisione non è equa, anche se i compiti sembrano distribuiti.

Il secondo passo fondamentale è rendere esplicito ciò che di solito resta implicito. Molte coppie non litigano perché uno fa poco, ma perché nessuno ha mai chiarito aspettative e confini. Dare per scontato che l’altro “dovrebbe capire” è una trappola. Parlare di responsabilità non è poco romantico: è un atto di cura della relazione. Serve sedersi, fare un elenco realistico di tutto ciò che va fatto e decidere insieme chi se ne occupa, tenendo conto delle fasi di vita, del lavoro, delle energie disponibili.

Un criterio utile è quello della responsabilità completa. Non “ti aiuto”, ma “me ne occupo”. Chi è responsabile di un ambito lo gestisce dall’inizio alla fine, senza supervisione, senza dover essere ricordato, senza delegare il pensiero all’altro. Questo riduce il risentimento e aumenta la sensazione di partnership reale.

È importante anche accettare che l’equilibrio non è statico. Ci sono periodi in cui uno dei due regge di più e altri in cui ha bisogno di appoggiarsi. L’equità si misura nel tempo, non nella singola settimana. Ma perché questo funzioni serve una comunicazione continua, onesta, non accusatoria. Dire “sono stanco” è più efficace di “non fai mai niente”.

Un altro punto chiave è il potere decisionale. Chi decide come si fanno le cose? Se una persona stabilisce standard, tempi e modalità, e l’altra può solo adeguarsi, non siamo di fronte a una divisione equa. Condividere le responsabilità significa anche accettare che l’altro possa fare le cose in modo diverso, non perfetto secondo i nostri criteri, ma sufficiente.

Infine, va riconosciuto che dividere equamente le responsabilità è un processo, non una conquista definitiva. Richiede aggiustamenti, confronto, a volte anche conflitto costruttivo. Ma è uno degli investimenti più solidi per la salute della coppia. Quando entrambi si sentono visti, sostenuti e responsabili, la relazione smette di essere un luogo di fatica silenziosa e diventa uno spazio di collaborazione adulta.

7 abitudini che aumentano l’autostima

L’autostima non è qualcosa che “si ha o non si ha”: è un processo, un equilibrio che si costruisce nel tempo attraverso gesti quotidiani. Pi...