venerdì 9 gennaio 2026

FOMO: cos'è e come gestirla

La FOMO, acronimo di Fear of Missing Out, è la paura di restare indietro, di perdersi qualcosa di importante, di non essere nel posto giusto al momento giusto. Non è solo un termine di moda legato ai social: è uno stato psicologico che può influenzare in modo profondo il benessere emotivo, le decisioni e la qualità della vita. Capirla è il primo passo per smettere di subirla.

La FOMO nasce dall’idea implicita che altrove stia accadendo qualcosa di meglio. Qualcosa che ci renderà più felici, più realizzati, più riconosciuti. I social media amplificano questo meccanismo mostrando versioni selezionate e idealizzate delle vite altrui, creando un confronto costante e spesso irrealistico. Ma la FOMO non riguarda solo eventi o opportunità: può riguardare relazioni, carriere, scelte di vita. Il messaggio interno è sempre lo stesso: “se non ci sei, stai sbagliando”.

Dal punto di vista psicologico, la FOMO è legata a bisogni profondi di appartenenza, riconoscimento e sicurezza. Non è superficialità, è vulnerabilità. Quando questi bisogni non sono sufficientemente radicati dentro di noi, cerchiamo conferme all’esterno, temendo che ogni scelta escluda possibilità fondamentali. Il risultato è una fatica decisionale costante e una sensazione cronica di insoddisfazione.

Un segnale tipico della FOMO è la difficoltà a stare in ciò che si è scelto. Anche quando facciamo qualcosa che desideravamo, una parte di noi resta altrove: controlla, confronta, valuta cosa stanno facendo gli altri. Questo impedisce la presenza e svuota l’esperienza. La FOMO non ci rende più ricchi di esperienze, ci rende più frammentati.

Gestire la FOMO non significa eliminarla del tutto, ma ridurne il potere. Il primo passo è riconoscerla senza giudizio. Dire a se stessi “questa è FOMO” aiuta a separare l’emozione dalla realtà. Non tutto ciò che sentiamo è un’indicazione affidabile su ciò che dobbiamo fare.

Un secondo passaggio fondamentale è chiarire i propri criteri interni. La FOMO prospera quando non sappiamo cosa è davvero importante per noi. Più i nostri valori sono vaghi, più saremo attratti da tutto. Chiedersi “questa scelta è coerente con la vita che voglio costruire?” è molto più utile che chiedersi “e se mi perdessi qualcosa?”. Ogni scelta implica una rinuncia: il problema non è rinunciare, è farlo senza consapevolezza.

Un altro intervento chiave riguarda il rapporto con il tempo e con l’attenzione. Esporsi continuamente a stimoli e confronti mantiene il sistema nervoso in uno stato di allerta. Ridurre l’uso dei social, creare spazi senza notifiche, scegliere momenti di disconnessione non è isolamento, ma igiene mentale. Non si tratta di sparire, ma di tornare padroni del proprio focus.

È utile anche lavorare sulla tolleranza della perdita. Crescere emotivamente significa accettare che non possiamo vivere tutte le vite possibili. Ogni direzione scelta esclude le altre, e questo è fisiologico. Quando impariamo a stare nel dispiacere di ciò che non vivremo, la FOMO perde intensità e lascia spazio a una presenza più piena in ciò che c’è.

Infine, è importante distinguere tra desiderio autentico e desiderio indotto. Non tutto ciò che vogliamo nasce da noi. Chiedersi “lo desidererei anche se nessuno lo vedesse?” è una domanda potente. La FOMO si nutre dello sguardo altrui; la soddisfazione profonda nasce dall’allineamento interno.

Gestire la FOMO non significa accontentarsi o rinunciare all’ambizione. Significa smettere di vivere in funzione di ciò che potrebbe esserci altrove e iniziare a costruire una vita che abbia senso qui. 

Quando il centro torna dentro, ciò che perdiamo fuori pesa molto meno.

mercoledì 7 gennaio 2026

Come dividere equamente i compiti una coppia

Dividere equamente le responsabilità in una coppia non è una questione automatica, ci vogliono consapevolezza, comunicazione e accordi chiari. Molti conflitti di coppia non nascono da grandi tradimenti o incompatibilità profonde, ma da una gestione squilibrata del quotidiano: chi fa cosa, chi si ricorda cosa, chi si prende carico di cosa. E soprattutto, chi si sente solo a farlo.

Il primo nodo da sciogliere è l’illusione della “naturalezza”. Non esiste una divisione naturale dei compiti basata sul genere, sul carattere o su chi è “più portato”. Queste sono narrazioni culturali interiorizzate che spesso giustificano squilibri cronici. L’equità non significa fare le stesse cose, ma assumersi responsabilità comparabili in termini di tempo, energia mentale e carico emotivo.

Un errore frequente è concentrarsi solo sui compiti visibili: pulire, cucinare, portare i figli a scuola. Ma c’è un lavoro invisibile, spesso ignorato, che pesa quanto e più di quello pratico: il carico mentale. Ricordarsi le scadenze, organizzare, pianificare, anticipare bisogni, tenere insieme i pezzi. Se una persona “esegue” e l’altra “pensa a tutto”, la divisione non è equa, anche se i compiti sembrano distribuiti.

Il secondo passo fondamentale è rendere esplicito ciò che di solito resta implicito. Molte coppie non litigano perché uno fa poco, ma perché nessuno ha mai chiarito aspettative e confini. Dare per scontato che l’altro “dovrebbe capire” è una trappola. Parlare di responsabilità non è poco romantico: è un atto di cura della relazione. Serve sedersi, fare un elenco realistico di tutto ciò che va fatto e decidere insieme chi se ne occupa, tenendo conto delle fasi di vita, del lavoro, delle energie disponibili.

Un criterio utile è quello della responsabilità completa. Non “ti aiuto”, ma “me ne occupo”. Chi è responsabile di un ambito lo gestisce dall’inizio alla fine, senza supervisione, senza dover essere ricordato, senza delegare il pensiero all’altro. Questo riduce il risentimento e aumenta la sensazione di partnership reale.

È importante anche accettare che l’equilibrio non è statico. Ci sono periodi in cui uno dei due regge di più e altri in cui ha bisogno di appoggiarsi. L’equità si misura nel tempo, non nella singola settimana. Ma perché questo funzioni serve una comunicazione continua, onesta, non accusatoria. Dire “sono stanco” è più efficace di “non fai mai niente”.

Un altro punto chiave è il potere decisionale. Chi decide come si fanno le cose? Se una persona stabilisce standard, tempi e modalità, e l’altra può solo adeguarsi, non siamo di fronte a una divisione equa. Condividere le responsabilità significa anche accettare che l’altro possa fare le cose in modo diverso, non perfetto secondo i nostri criteri, ma sufficiente.

Infine, va riconosciuto che dividere equamente le responsabilità è un processo, non una conquista definitiva. Richiede aggiustamenti, confronto, a volte anche conflitto costruttivo. Ma è uno degli investimenti più solidi per la salute della coppia. Quando entrambi si sentono visti, sostenuti e responsabili, la relazione smette di essere un luogo di fatica silenziosa e diventa uno spazio di collaborazione adulta.

lunedì 5 gennaio 2026

Come pianificare l'anno nuovo in modo ottimale

La fine dell’anno porta con sé un naturale desiderio di riorganizzazione. È un momento in cui si tirano le somme, si osservano i passi fatti e si immagina ciò che vorremmo costruire nei mesi successivi. Pianificare non significa prevedere tutto, ma creare una direzione chiara che ci permetta di muoverci con maggiore consapevolezza.

Guardare indietro per capire dove andare

Prima di pensare ai nuovi obiettivi, è utile fermarsi un attimo e osservare l’anno appena trascorso. Non per giudicarsi, ma per comprendere cosa ha funzionato, cosa ha richiesto più energia del previsto e cosa, invece, ha portato valore. Questo passaggio aiuta a evitare di ripetere schemi che non ci appartengono più e a riconoscere i progressi, anche quelli piccoli.

Scegliere obiettivi realistici e significativi

Molte persone iniziano l’anno con liste infinite di buoni propositi che si esauriscono in poche settimane. Funziona molto meglio scegliere pochi obiettivi, ma ben radicati nei propri valori. Chiedersi “Perché è importante per me?” permette di distinguere ciò che desideriamo davvero da ciò che pensiamo di dover fare.

Gli obiettivi non devono essere perfetti, ma chiari. È utile che siano concreti, misurabili e soprattutto sostenibili nel tempo.

Creare una struttura che accompagni

Una buona pianificazione non si basa sulla forza di volontà, ma su abitudini e sistemi che rendono più semplice ciò che vogliamo realizzare. Questo può significare dedicare un momento fisso della settimana alla revisione dei progressi, organizzare l’agenda in modo più funzionale o imparare a proteggere il proprio tempo da impegni superflui.

La struttura non deve essere rigida: è un supporto, non una gabbia. L’obiettivo è creare un ritmo che ci aiuti a restare allineati con ciò che conta.

Accogliere l’imprevisto

Per quanto si possa pianificare, la vita resta imprevedibile. Una buona pianificazione include anche la flessibilità: la capacità di adattarsi, di ricalibrare, di non vivere ogni deviazione come un fallimento. A volte gli imprevisti aprono strade che non avremmo considerato.

Coltivare gentilezza verso se stessi

Pianificare l’anno nuovo non è una gara a chi fa di più, ma un atto di cura. Significa darsi una direzione, non imporsi un ritmo impossibile. La gentilezza verso se stessi è ciò che permette di mantenere costanza senza cadere nell’autocritica distruttiva.

L’anno nuovo non ha bisogno di essere perfetto per essere significativo. Ha bisogno di intenzione, di ascolto e di piccoli passi che, giorno dopo giorno, costruiscono la vita che desideriamo.

venerdì 2 gennaio 2026

Come ottenere un buon rapporto con il cibo

Per molti di noi, il cibo non è solo nutrimento; è una fonte di stress, un campo di battaglia o un modo per gestire le emozioni. Ma cosa succederebbe se potessimo trasformare la nostra relazione con il cibo in qualcosa di positivo, intuitivo e pacifico?

Ottenere un "buon rapporto" con il cibo significa spostare il focus dalle rigide regole e dalla colpa, verso l'ascolto del corpo, la consapevolezza emotiva e la gentilezza verso sé stessi. È un viaggio psicologico prima ancora che nutrizionale.

1. Dimentica la "dieting mentality" (la mentalità dietetica)

La prima cosa da fare per costruire una relazione sana con il cibo è abbandonare la mentalità dietetica. Questa mentalità è caratterizzata da:

  • Regole rigide: cibi "buoni" vs. cibi "cattivi".
  • Senso di colpa: punirsi dopo aver mangiato un alimento "vietato".
  • Restrizione: vivere in uno stato costante di privazione.

Questa mentalità innesca spesso un ciclo vizioso di restrizione, binge eating (abbuffata) e senso di colpa, che sabota non solo i tuoi obiettivi di benessere, ma anche la tua serenità psicologica.

Il cambiamento psicologico: Sostituisci la restrizione con l'inclusione. Invece di concentrarti su ciò che non puoi mangiare, concentrati sull'aggiungere alimenti nutrienti e sulla flessibilità.

2. Pratica l'alimentazione consapevole (mindful eating)

L'alimentazione consapevole è una delle pietre angolari di un rapporto sano con il cibo. Significa prestare piena attenzione all'esperienza del mangiare, senza giudizio.

  • Ascolta i segnali del corpo: chiediti: "Ho veramente fame?" Impara a riconoscere la fame fisica (un brontolio nello stomaco, mancanza di energia) dalla fame emotiva (una voglia improvvisa, noia, stress).
  • Coinvolgi i sensi: osserva il colore, senti il profumo, mastica lentamente per percepire la consistenza e il sapore. Questo non solo migliora la digestione, ma ti permette di sentirti più soddisfatto con meno quantità.
  • Rallenta: evita di mangiare davanti alla TV o al computer. Dedica quel tempo esclusivamente al pasto. Metti giù la forchetta tra un boccone e l'altro.

3. Separa il cibo dalle emozioni

Spesso, il cibo diventa un meccanismo di coping (adattamento) per gestire emozioni scomode come stress, noia, tristezza o ansia.

Strategie per l'alimentazione emotiva:

  1. Mappa le emozioni: prima di prendere da mangiare, fermati e fai un check-in emotivo. Chiediti: "Cosa sto veramente provando in questo momento?"
  2. Trova alternative non-alimentari: sviluppa un "kit di pronto soccorso" per le emozioni. Se sei stressato, fai una passeggiata. Se sei annoiato, chiama un amico o leggi. Allena il tuo cervello a non associare il cibo alla risoluzione di problemi emotivi.
  3. Accetta l'imperfezione: non c'è un'unica "ultima cena" per rovinare tutto. Se hai ceduto alla fame emotiva, non c'è bisogno di colpevolizzarti o di "mangiare tutto". Riconosci l'emozione, impara da essa e riparti dal pasto successivo con gentilezza.

4. Riscopri il piacere senza colpa

Un rapporto sano con il cibo include il piacere. Quando demonizziamo alcuni alimenti, ne aumentiamo il desiderio ossessivo (l'effetto del "frutto proibito").

  • Includi, non escludere: permettiti di godere occasionalmente e consapevolmente dei tuoi cibi preferiti. Se sai che puoi mangiare un pezzo di torta quando lo desideri veramente, quel pezzo perde il suo potere di controllo.
  • Soddisfazione e moderazione: mangiare in modo soddisfacente è la chiave della moderazione. Se mangi ciò che desideri, in un ambiente rilassato, è molto più facile fermarsi quando si è sazi.
  • Il concetto di neutro: smetti di etichettare il cibo come "buono" o "cattivo". Il cibo è neutro. Ha proprietà nutrizionali diverse, ma non ha un valore morale. Tu non sei "cattivo" per aver mangiato un biscotto.

La gentilezza è la migliore dieta

Costruire un buon rapporto con il cibo è un atto di autocompassione. Richiede tempo, pazienza e la volontà di ascoltare il tuo corpo al di sopra di qualsiasi regola esterna.

Ricorda:

  • Sei un essere umano, non una macchina per contare calorie.
  • Il tuo corpo è un tuo alleato, non il tuo nemico.
  • La pace con il cibo è un obiettivo molto più appagante della perfezione.

Inizia oggi a fare un passo verso l'alimentazione intuitiva, dove la tua bussola interna (fame, sazietà, desiderio) è la guida più affidabile.

 

Prova questo semplice esercizio: al tuo prossimo pasto, prenditi un minuto per chiudere gli occhi e chiederti: "Quanto sono sazio su una scala da 1 (fame estrema) a 10 (pienezza estrema)?". Inizia semplicemente a notare.

 

mercoledì 31 dicembre 2025

Come motivarsi alla dieta

Iniziare una dieta può essere un'impresa stimolante, ma anche fonte di ansia e demotivazione. Spesso, le difficoltà nascono da una complessa interazione tra fattori fisici ed emotivi. In qualità di psicologa e psicoterapeuta, ho accompagnato molte persone in questo percorso, aiutandole a superare gli ostacoli e raggiungere i loro obiettivi.

Comprendere le emozioni: la prima sfida

La prima tappa fondamentale è comprendere le emozioni che accompagnano la decisione di intraprendere un percorso di dimagrimento. Sentimenti come la frustrazione, la paura del fallimento, la rabbia verso il proprio corpo o la solitudine possono sabotare i nostri sforzi. È importante riconoscere queste emozioni senza giudicarle. Tieni un diario per identificare i pensieri e i sentimenti che ti accompagnano durante i pasti. Questo ti aiuterà a diventare più consapevole dei tuoi schemi mentali e a sviluppare strategie più adattive.

Stabilire obiettivi realistici: un passo alla volta

Un altro aspetto cruciale è stabilire obiettivi realistici e misurabili. Impostare traguardi troppo ambiziosi può generare frustrazione e demotivazione. Inizia con piccoli cambiamenti e celebra ogni successo, per rinforzare la tua motivazione. Ad esempio, invece di dire "Voglio perdere peso", puoi dire "Voglio ridurre le porzioni a cena di un cucchiaio e bere due litri d'acqua al giorno".

Cambiare il modo di pensare: il potere delle affermazioni positive

Il nostro modo di pensare ha un impatto diretto sul nostro comportamento. Sfida i pensieri negativi e sostituiscili con affermazioni positive. Invece di dire "Non ce la farò mai", prova a dire "Sto facendo del mio meglio per prendermi cura di me stesso/a". Crea un dialogo interno costruttivo e incoraggiante.

Trovare un supporto: non sei solo/a

Condividere il tuo percorso con altre persone può essere molto utile. Potresti cercare il sostegno di amici, familiari, un gruppo di supporto online o un professionista. Avere qualcuno con cui parlare delle tue difficoltà e celebrare i tuoi successi può fare la differenza.

Prendersi cura di sé: il benessere a 360 gradi

Il benessere psicologico è fondamentale per il successo di qualsiasi dieta. Dedica del tempo alle attività che ti piacciono, rilassati, pratica attività fisica regolare e assicurati di dormire a sufficienza. Un corpo sano ha bisogno di una mente serena.

Creare un ambiente supportivo: riorganizza il tuo spazio

L'ambiente in cui viviamo influisce sulle nostre scelte alimentari. Riorganizza la tua cucina eliminando i cibi che tentano di più e riempi il frigorifero di frutta, verdura e alimenti sani. Prepara pasti salutari in anticipo per evitare di cedere alla tentazione del cibo spazzatura.

L'importanza del sonno: riposare per rinascere

Un buon riposo notturno è essenziale per la regolazione dell'appetito e per il mantenimento della motivazione. Stabilisci una routine rilassante prima di andare a letto e crea un ambiente favorevole al sonno.

L'attività fisica: muoviti e sentiti bene

L'esercizio fisico non solo aiuta a bruciare calorie, ma migliora anche l'umore e l'autostima. Trova un'attività che ti piace e che puoi praticare regolarmente.

La flessibilità: impara dagli errori

È normale avere alti e bassi. Se commetti un errore, non scoraggiarti. Impara da questa esperienza e ricomincia da capo. La perfezione non esiste, l'importante è fare del tuo meglio.

Un percorso personalizzato: affidati a un professionista

Se hai bisogno di un supporto più personalizzato, non esitare a rivolgerti a un professionista. Un nutrizionista e uno psicologo possono lavorare insieme per creare un piano alimentare e un percorso terapeutico su misura per le tue esigenze.

Ricorda:

  • Sei più forte di quanto pensi: ogni piccolo passo avanti è una vittoria.
  • Non sei sola/o: molte persone affrontano le stesse sfide.
  • La perfezione non esiste: è normale avere alti e bassi.
  • Ascolta il tuo corpo: se hai bisogno di una pausa, conceditela.

Un percorso di dimagrimento è un viaggio personale. Ognuno ha i propri tempi e le proprie modalità. L'importante è essere gentili con te stesso/a e celebrare ogni piccolo passo avanti.

lunedì 29 dicembre 2025

Ipersviluppo sensoriale in seguito a un trauma: cos'è e come si manifesta

L'ipersviluppo sensoriale è una condizione che può insorgere dopo un trauma, trasformando l'esperienza sensoriale di chi ne è colpito. Questa condizione si manifesta come un'accentuata sensibilità agli stimoli esterni, spesso percepiti come più intensi o invasivi rispetto alla norma. Ma da dove nasce questa ipersensibilità e come si manifesta nella vita quotidiana?

Che cos'è l'ipersviluppo sensoriale?

Dopo un evento traumatico, il cervello può reagire attivando meccanismi di difesa estremi. Uno di questi è l'ipersviluppo sensoriale, che coinvolge principalmente i sensi come la vista, l'udito, l'olfatto, il tatto e il gusto. Il sistema nervoso, sempre in stato di allerta, amplifica i segnali sensoriali per individuare possibili pericoli, anche quando non ce ne sono.

Ad esempio, una persona potrebbe avvertire un semplice rumore come insopportabilmente forte o percepire odori che passerebbero inosservati agli altri. Questa risposta amplificata, benché inizialmente adattiva, può diventare debilitante, influendo negativamente sulla qualità della vita.

Come si manifesta?

Le manifestazioni dell'ipersviluppo sensoriale variano da persona a persona, ma alcune caratteristiche comuni includono:

  • Iperacusia: Suoni normali vengono percepiti come assordanti. Questo può portare la persona a evitare luoghi affollati o rumorosi.

  • Fotosensibilità: Luci intense o intermittenti possono risultare fastidiose o addirittura dolorose.

  • Ipersensibilità tattile: Anche un lieve contatto può essere percepito come irritante o doloroso.

  • Olfatto e gusto accentuati: Odori e sapori, anche familiari, possono risultare insopportabili.

Queste reazioni non sono solo fisiche, ma possono generare un senso di ansia o di isolamento sociale.

Perché accade?

Il trauma attiva l'amigdala, la parte del cervello responsabile della risposta alla paura. Questa rimane iperattiva anche a distanza di tempo, mantenendo il corpo in uno stato di “allarme rosso” costante. Questo stato cronico può modificare il modo in cui il cervello elabora le informazioni sensoriali, amplificando ogni stimolo.

Come gestire l'ipersviluppo sensoriale

Sebbene questa condizione possa sembrare insormontabile, esistono strategie per gestirla:

  • Terapia cognitivo-comportamentale: Aiuta a rielaborare il trauma e a ridurre la risposta di iperallerta.

  • Mindfulness e rilassamento: Tecniche come la meditazione possono ridurre l'iperattività del sistema nervoso.

  • Adattamenti ambientali: Utilizzare cuffie antirumore o occhiali con lenti scure può attenuare gli stimoli sensoriali.

  • Supporto professionale: Un terapeuta specializzato in traumi può guidare la persona verso un percorso di guarigione.

L'ipersviluppo sensoriale è una risposta complessa ma comprensibile a un evento traumatico. Con il giusto supporto e un approccio terapeutico mirato, è possibile mitigare i sintomi e recuperare una vita più serena. Comprendere questa condizione è il primo passo per affrontarla con consapevolezza.

Spero che questo articolo ti sia stato utile. Se hai bisogno di ulteriori informazioni o vuoi discutere di altri argomenti, sono qui per aiutarti!


venerdì 26 dicembre 2025

Il cervello in azione: come pensiamo, sentiamo e ci muoviamo

Il cervello umano è una macchina straordinaria che coordina tutte le nostre attività, dai pensieri più complessi ai movimenti più semplici. Comprendere come funziona il cervello può aiutarci a valorizzare meglio le nostre capacità cognitive, emotive e motorie.

Il pensiero Il pensiero è il processo mentale attraverso il quale elaboriamo informazioni, risolviamo problemi, prendiamo decisioni e formuliamo idee. Questo avviene principalmente nella corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile delle funzioni esecutive. Attraverso sinapsi e neurotrasmettitori, le nostre cellule cerebrali (neuroni) comunicano tra loro, permettendoci di pensare in modo chiaro e logico.

  • Corteccia prefrontale: Responsabile della pianificazione, del ragionamento e del controllo degli impulsi.

  • Ippocampo: Essenziale per la formazione e il recupero dei ricordi a lungo termine.

  • Nucleo accumbens: Coinvolto nel processo decisionale e nel piacere.

Le emozioni Le emozioni sono risposte complesse che coinvolgono cambiamenti fisiologici, comportamentali e cognitivi. Il sistema limbico è la regione del cervello che gestisce le emozioni, compresi l'amigdala e l'ipotalamo.

  • Amigdala: Gioca un ruolo chiave nella regolazione delle emozioni come la paura e l'ansia.

  • Ipotalamo: Regola le risposte fisiologiche associate alle emozioni, come il battito cardiaco e la produzione di ormoni.

  • Sistema dopaminergico: Coinvolto nelle sensazioni di piacere e ricompensa.

Il movimento Il movimento è il risultato dell'interazione coordinata tra il cervello, il midollo spinale e i muscoli. La corteccia motoria, situata nel lobo frontale, è responsabile della pianificazione e dell'esecuzione dei movimenti volontari.

  • Corteccia motoria primaria: Controlla i movimenti volontari specifici.

  • Gangli della base: Regolano i movimenti volontari complessi e coordinati.

  • Cervelletto: Coordina l'equilibrio e la precisione dei movimenti.

Integrazione sensoriale Il cervello integra continuamente le informazioni sensoriali per permetterci di interagire con l'ambiente. La corteccia somatosensoriale elabora i segnali provenienti dalla pelle, dai muscoli e dalle articolazioni, consentendoci di percepire il tatto, la pressione e il dolore.

Il cervello è un organo straordinario, capace di gestire una vasta gamma di funzioni complesse che ci permettono di pensare, sentire e muoverci. Comprendere il funzionamento del cervello può migliorare la nostra capacità di affrontare le sfide quotidiane, prendere decisioni informate e mantenere il benessere psicofisico.


FOMO: cos'è e come gestirla

La FOMO, acronimo di  Fear of Missing Out , è la paura di restare indietro, di perdersi qualcosa di importante, di non essere nel posto gius...