Il primo nodo da sciogliere è l’illusione della “naturalezza”. Non
esiste una divisione naturale dei compiti basata sul genere, sul carattere o su
chi è “più portato”. Queste sono narrazioni culturali interiorizzate che spesso
giustificano squilibri cronici. L’equità non significa fare le stesse cose, ma
assumersi responsabilità comparabili in termini di tempo, energia mentale e
carico emotivo.
Un errore frequente è concentrarsi solo sui compiti visibili: pulire,
cucinare, portare i figli a scuola. Ma c’è un lavoro invisibile, spesso
ignorato, che pesa quanto e più di quello pratico: il carico mentale.
Ricordarsi le scadenze, organizzare, pianificare, anticipare bisogni, tenere
insieme i pezzi. Se una persona “esegue” e l’altra “pensa a tutto”, la
divisione non è equa, anche se i compiti sembrano distribuiti.
Il secondo passo fondamentale è rendere esplicito ciò che di solito
resta implicito. Molte coppie non litigano perché uno fa poco, ma perché
nessuno ha mai chiarito aspettative e confini. Dare per scontato che l’altro
“dovrebbe capire” è una trappola. Parlare di responsabilità non è poco
romantico: è un atto di cura della relazione. Serve sedersi, fare un elenco
realistico di tutto ciò che va fatto e decidere insieme chi se ne occupa,
tenendo conto delle fasi di vita, del lavoro, delle energie disponibili.
Un criterio utile è quello della responsabilità completa. Non “ti
aiuto”, ma “me ne occupo”. Chi è responsabile di un ambito lo gestisce
dall’inizio alla fine, senza supervisione, senza dover essere ricordato, senza
delegare il pensiero all’altro. Questo riduce il risentimento e aumenta la
sensazione di partnership reale.
È importante anche accettare che l’equilibrio non è statico. Ci sono
periodi in cui uno dei due regge di più e altri in cui ha bisogno di
appoggiarsi. L’equità si misura nel tempo, non nella singola settimana. Ma
perché questo funzioni serve una comunicazione continua, onesta, non
accusatoria. Dire “sono stanco” è più efficace di “non fai mai niente”.
Un altro punto chiave è il potere decisionale. Chi decide come si fanno
le cose? Se una persona stabilisce standard, tempi e modalità, e l’altra può
solo adeguarsi, non siamo di fronte a una divisione equa. Condividere le
responsabilità significa anche accettare che l’altro possa fare le cose in modo
diverso, non perfetto secondo i nostri criteri, ma sufficiente.
Infine, va riconosciuto che dividere equamente le responsabilità è un processo, non una conquista definitiva. Richiede aggiustamenti, confronto, a volte anche conflitto costruttivo. Ma è uno degli investimenti più solidi per la salute della coppia. Quando entrambi si sentono visti, sostenuti e responsabili, la relazione smette di essere un luogo di fatica silenziosa e diventa uno spazio di collaborazione adulta.

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