Il primo passaggio è smettere di cercare certezze. La mente tende a
chiedere garanzie: “se scelgo questo, sarà giusto?”, “e se sbaglio?”. Ma la
chiarezza non precede l’azione, la segue. Aspettare di sentirsi pronti
significa restare fermi. In questa fase, la domanda utile non è “cosa voglio
fare della mia vita?”, ma “qual è il prossimo passo piccolo che posso sostenere
senza crollare?”.
Quando tutto è confuso, il corpo spesso è più affidabile della mente.
Osservare cosa aumenta leggermente l’energia e cosa la prosciuga è un criterio
concreto. Non si tratta di entusiasmo o passione, ma di segnali minimi:
un’attività che non pesa, una conversazione che non stanca, un’idea che non
viene subito scartata. La direzione iniziale non deve motivare, deve solo non
schiacciare.
Un altro errore comune è pensare in termini identitari: “chi voglio
essere?”, “qual è la mia vera strada?”. Queste domande sono troppo grandi
quando si è disorientati. Funzionano meglio domande operative: “cosa posso
esplorare per tre mesi?”, “cosa posso provare senza bruciarmi?”, “cosa mi
avvicina a una vita un po’ più vivibile rispetto a ora?”. La direzione si
costruisce per approssimazioni, non per illuminazioni.
È fondamentale distinguere tra immobilità e prudenza. Restare fermi
viene spesso giustificato come riflessione, ma se dura mesi o anni senza
produrre cambiamenti, non è cautela: è paura. Scegliere una direzione non
significa impegnarsi per sempre. Significa fare un esperimento con confini
chiari: tempo, energia, investimento limitati. Una scelta reversibile è una
scelta intelligente.
Quando manca completamente il desiderio, un criterio utile è quello dei
valori minimi. Non “cosa mi rende felice”, ma “cosa non sono più disposta a
tollerare?”. A volte la direzione nasce più facilmente da ciò che vogliamo
allontanare che da ciò che vogliamo raggiungere. Ridurre il dolore è già un
orientamento legittimo.
Un punto cruciale è accettare l’errore come parte del processo.
Scegliere una direzione che poi si rivela inadatta non significa aver sbagliato
tutto, ma aver raccolto informazioni. Ogni movimento fornisce dati che
l’immobilità non dà. L’unica scelta davvero costosa è non scegliere mai.
Infine, scegliere una direzione quando non si sa cosa fare richiede un
cambio di postura interna: passare dal giudizio all’esplorazione. Non si tratta
di definire la propria vita una volta per tutte, ma di rimetterla in moto. La
direzione giusta non è quella che elimina i dubbi, ma quella che ti permette di
fare il prossimo passo con un po’ più di presenza.
Quando non sai dove andare, non chiederti “qual è la strada giusta”.
Chiediti “qual è la strada che posso iniziare a percorrere adesso?”. Il resto
si costruisce camminando.
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