lunedì 16 febbraio 2026

Come scegliere una direzione quando non si ha la minima idea di dove andare

Capire che non si ha la minima idea di cosa fare è già un punto di partenza. Anche se viene vissuto come paralisi, confusione o fallimento, in realtà è spesso il segnale che le vecchie direzioni non funzionano più. Il problema non è “non sapere”, ma restare bloccati aspettando una chiarezza che non arriva mai. Quando non c’è una risposta evidente, il compito non è trovare la direzione giusta, ma scegliere una direzione sufficientemente buona da permettere il movimento.

Il primo passaggio è smettere di cercare certezze. La mente tende a chiedere garanzie: “se scelgo questo, sarà giusto?”, “e se sbaglio?”. Ma la chiarezza non precede l’azione, la segue. Aspettare di sentirsi pronti significa restare fermi. In questa fase, la domanda utile non è “cosa voglio fare della mia vita?”, ma “qual è il prossimo passo piccolo che posso sostenere senza crollare?”.

Quando tutto è confuso, il corpo spesso è più affidabile della mente. Osservare cosa aumenta leggermente l’energia e cosa la prosciuga è un criterio concreto. Non si tratta di entusiasmo o passione, ma di segnali minimi: un’attività che non pesa, una conversazione che non stanca, un’idea che non viene subito scartata. La direzione iniziale non deve motivare, deve solo non schiacciare.

Un altro errore comune è pensare in termini identitari: “chi voglio essere?”, “qual è la mia vera strada?”. Queste domande sono troppo grandi quando si è disorientati. Funzionano meglio domande operative: “cosa posso esplorare per tre mesi?”, “cosa posso provare senza bruciarmi?”, “cosa mi avvicina a una vita un po’ più vivibile rispetto a ora?”. La direzione si costruisce per approssimazioni, non per illuminazioni.

È fondamentale distinguere tra immobilità e prudenza. Restare fermi viene spesso giustificato come riflessione, ma se dura mesi o anni senza produrre cambiamenti, non è cautela: è paura. Scegliere una direzione non significa impegnarsi per sempre. Significa fare un esperimento con confini chiari: tempo, energia, investimento limitati. Una scelta reversibile è una scelta intelligente.

Quando manca completamente il desiderio, un criterio utile è quello dei valori minimi. Non “cosa mi rende felice”, ma “cosa non sono più disposta a tollerare?”. A volte la direzione nasce più facilmente da ciò che vogliamo allontanare che da ciò che vogliamo raggiungere. Ridurre il dolore è già un orientamento legittimo.

Un punto cruciale è accettare l’errore come parte del processo. Scegliere una direzione che poi si rivela inadatta non significa aver sbagliato tutto, ma aver raccolto informazioni. Ogni movimento fornisce dati che l’immobilità non dà. L’unica scelta davvero costosa è non scegliere mai.

Infine, scegliere una direzione quando non si sa cosa fare richiede un cambio di postura interna: passare dal giudizio all’esplorazione. Non si tratta di definire la propria vita una volta per tutte, ma di rimetterla in moto. La direzione giusta non è quella che elimina i dubbi, ma quella che ti permette di fare il prossimo passo con un po’ più di presenza.

Quando non sai dove andare, non chiederti “qual è la strada giusta”. Chiediti “qual è la strada che posso iniziare a percorrere adesso?”. Il resto si costruisce camminando. 

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